Come sempre accade, lo spunto generico per lo scritto arriva da lontano. Questa volta è da due fonti: il New York Times del 10 Aprile e da un saggio di Fabio Pusterla estratto dalla sua ultima pubblicazione per i tipi di Marcos y Marcos Il nervo di Arnold.
Il saggio di Pusterla estratto (intitola Tra fantasmi e dogane - sezione III° - Pag. 157) parte dall’analisi di un precedente - ad opera di Franco Buffoni (La traduzione del testo poetico - Guerini & Associati, Milano 1989) - che lo stesso Pusterla cita in apertura del proprio scritto e riporta le esperienze di diversi poeti che hanno operato ed operano come traduttori (così come lo è lo stesso Pusterla) rimandando un quadro abbastanza coeso: la traduzione perfetta - alla fine - non esiste pur considerando lo sforzo di ogni traduttore (o poeta-traduttore).
Si arriva a rimandare tutto il senso possibile della versione originale, a volte sfiorando la perfezione (anche se le traduzioni “invecchiano” e vanno aggiornate) ma una vera perfezione non si raggiunge mai perché tradurre è trasporre un significato da una lingua all’altra.
E qui mi riallaccio allo scritto apparso sul New York Times a firma di Neil MacFarquhar a colloquio con la traduttrice Laleh Bakhtiar, americana di origine iraniana.e convertitasi all’Islam da adulta.
La Bakhtiar da anni insegue - ora forse riuscendoci - la traduzione perfetta del Corano in lingua inglese (anche se già ne esistono venti) .
Nella IV Sura, versetto 34 ha incontrato un intoppo linguistico che nessuno però ha mai considerato tale prima di oggi: ivi si recita che “una donna disobbediente andrebbe ammonita, quindi lasciata sola nel letto e da ultimo battuta sino a quando non cambi il proprio comportamento”.
Battuta è la traduzione più frequente del termine arabo daraba - verbo usato appunto nel Corano - ed è su quel battuta che la Bakhtiar ha iniziato una ricerca senza pace.
Come è possibile che un precetto religioso preveda la violenza? Come è possibile che Dio autorizzasse a far del male a un altro essere umano in un contesto diverso dalla guerra?
La Bakhtiar si domandava soprattutto perché nessun traduttore si fosse mai interrogato sui molteplici significati che il termine include o significa.
Le precedenti venti versioni del Corano, hanno tradotto il termine daraba in battere, colpire, picchiare, fustigare, punire, frustare, infliggere una punizione esemplare, sculacciare, accarezzare, battere piano e sedurre.
Per la Bakhtiar, la soluzione è arrivata studiando per la decima volta l’Arabic-English Lexicon scritto nell’800 da Edward William Lane: fra le sei pagine di definizioni offerte, figurava anche andarsene.
Le polemiche sulla traduzione iniziano, resistono, continueranno specie ora che il volume è edito (è uscito il 5 aprile).
Allora ecco ciò che mi dà pensiero: come è possibile tradurre qualcosa, se il significato originale è dubbio?
Nel caso della poesia lasciamo da parte quello che è considerabile un aggiornamento linguistico: traduzioni in vigore trent’anni fa offrono una lingua definibile “in disuso” perché la lingua stessa è mutata. Prendiamo esattamente il caso di quel vocabolo che implica più significati.
To get in inglese-americano viene utilizzato per una miriade di possibilità: prendere, ottenere, comprare, arrivare, avere…. (sono molti di più ma fermiamoci per rendere l’idea).
Aprendo a caso un dizionario di tedesco: Knapp è un vocabolo utilizzabile per indicare scarso, esiguo, conciso, sobrio, disadorno.
Sono migliaia i casi cui corrispondono altrettanti significati.
Come è possibile affrontare (ed offrire) una traduzione che sia veritiera, il più possibile aderente al significato primigenio?
C’è molto che va perso in corso di traduzione e non parlo soltanto della metrica, del ritmo, dell’impostazione. C’è infatti un universo di sotto-toni, di significati che necessariamente deve essere mediato trasponendo un testo da una lingua ad una diversa. Quando non funziona, è davvero colpa del traduttore? E la licenza del traduttore che si pone nel testo e pur di rimandarlo con la massima aderenza possibile inventa una lingua parallela, è cosa da condannare oppure va accettata/apprezzata?
I fiori blu di Raymond Queneau - nella traduzione di Italo Calvino pubblicata da Palomar nel 1967 e successivamente ripresa da Einaudi - ne è un esempio, cosi come lo è la traduzione di Ubu di Alfred Jarry, proposta efficacemente da Adelphi per la traduzione di Bianca Candian e Claudio Rugafiori (quest’ultimo traduttore del solo Ubu roi).
Le assonanze, i calembour, le filastrocche, hanno - nel testo originale - una data valenza: riprendono o rilanciano il testo, fanno da coro, deviano l’attenzione su qualcosa che verrà riproposto successivamente sotto altra forma. Sono una parte integrante della lingua, sono la lingua.
La traduzione in italiano deve necessariamente offrire qualcosa di differente perché il testo regga, perché sia possibile entrare nella giostra dei giochi che la parola schiude.
L’invenzione del traduttore mi avviene allora come cosa gradita, non mette in pericolo il testo. Tutt’al più sarò spinto - se ho i mezzi per farlo - a ricercare e leggere la versione originale e poi confrontare come la trasposizione sia avvenuta, trovare le differenze, le adiacenze, le invenzioni appunto.
E’ quando la traduzione eticamente propone un altro significato (significato che obbligherà il comportamento ad una strada diversa da quella data dalla sola lettura e apprezzamento o meno della traduzione) che accade la menzogna della traduzione. Ed è qui il pericolo. Quando il significato (tradotto) non è solo diverso ma falsificato, falsificazione che avviene con l’incoraggiamento di chi dovrebbe tutelarne la veridicità. Come nel caso qui esposto della traduzione del Corano, precetto religioso che regolamenta un vivere e che si riflette - per azioni - sulla vita di qualcuno.
2 risposte so far ↓
Lucetta Frisa // Giugno 4, 2007 a 6:55 pm
la scienza della traduzione è il compromesso
fabiano // Giugno 5, 2007 a 4:30 pm
verissimo Lucetta,
comprosmesso che in quanto tale va dosato e temuto.
fabiano
Lascia un Commento