La critica come esperienza poetica e spirituale
Oggi ci si lamenta spesso della carenza di una critica poetica adeguata, e ci si lamenta a ragione.
E’ infatti vero che il discorso sulla poesia si è ridotto quasi sempre al genere “recensione”, che a sua volta è ormai il più delle volte un minestrone insipido fatto di residui strutturalistici, concetti filosofici smozzicati di terza o quarta mano, puri e semplici deliri, tanto ormai si può dire tutto e il contrario di tutto, mischiati a sempre più vaghe considerazioni storiche, del tipo “questo autore somiglia a quest’altro” “mi ricorda Tizio, è nella linea di Caio” e altre simili illuminanti intuizioni, il tutto costellato di affermazioni perentorie e categoriche, quali “questo libro si annovera tra i più importanti dell’anno, o del decennio, o addirittura del secolo”, oppure “questo autore è un genio, un maestro, si parlerà di lui/lei, etc.”, giudizi questi che se fossero fondati anche solo al 10% avremmo avuto negli ultimi 20 anni almeno due o trecento Dante Alighieri, e così via.
La critica poetica è insomma un luogo non molto ameno in cui si soddisfano prevalentemente i già molto frustrati narcisismi personali, si scambiano piccoli favori tra amici e dispetti tra nemici, e ci si illude così di competere entro l’altissimo e nobile spazio (purtroppo in realtà inesistente) della “letteratura mondiale”, oppure, nel migliore dei casi, si compilano modesti e pizzosissimi saggi storici o antologie anch’esse naturalmente “storiche”, utilizzando ancora una volta consunti strumenti di linguistica e qualche brandello di filosofia orecchiata qua o là.
Il problema è che spesso neppure chi si lamenta della povertà di pensiero della critica letteraria si rende conto della complessità e della radicalità della fase storica che viviamo.
Per comprendere infatti quale tipo di discorso sia adeguato ad interpretare il dire poetico, bisognerebbe prima interrogarsi sulla natura stessa di questo dire.
Quando ad esempio Yves Bonnefoy scrive in Hier régnant désert: “Alba, solleva, prendi il volto senz’ombra,/ Colora a poco a poco il tempo che rinasce”, che tipo di linguaggio parla? Che cosa o chi parla in questi versi? Quale pensiero si fa qui parola e invocazione? Ed io, come lettore, in che modo mi posso avvicinare adeguatamente a questi versi? Come mi ci devo rapportare?
La mia opinione è semplice: per comprendere per davvero questi versi è necessario che io mi lasci trasportare in una dimensione della coscienza in cui queste parole trovino tutta la loro evidenza rivelativa. Se io non mi lascio trans-locare LI’ non potrò mai comprendere il vero senso di un’alba che sta ricolorando adesso il tempo da dentro e proprio così lo sta ricominciando.
In altri termini, se l’atto poetico davvero contemporaneo è di per sé un’esperienza spirituale, nel senso più proprio e stretto di una trasformazione degli stati mentali dell’io, anche l’atto interpretativo autentico non può più essere altro se non un’esperienza spirituale analoga.
Se già nel 1926 Giuseppe Ungaretti definiva la natura intrinsecamente spirituale del nuovo fare poetico: “Abbiamo dell’innocenza non più come nell’800 un desiderio filosofico, ma un’esperienza diretta; possediamo una conoscenza mistica della realtà”; se lo stesso Maritain, parlando di Baudelaire scriveva “la conoscenza mistica della poesia era il suo abisso, che si muoveva con lui”; se cioè dovrebbe essere chiaro ad ogni poeta che la sua ricerca non è altro che un’avventura dentro le profondità spirituali e cosmiche del proprio essere, l’interpretazione adeguata di questa sperimentazione spirituale non può che essere essa stessa della medesima natura del suo oggetto di studio, e cioè un’esperienza spirituale di come il nostro io ordinariamente chiuso nel proprio monologo disperato si possa aprire ad un ascolto più originario di qualsiasi interrogazione razionale, ad un ascolto cioè del Principio Vivente di ogni nostra parola. L’ermeneutica di cui abbiamo bisogno è essa stessa un’uscita dalle prigioni asfissianti dell’ego occidentale. In tal senso Corbin sosteneva che ogni autentica esegesi dev’essere ormai un esodo dall’esilio in cui la mente occidentale sta asfissiando con tutto il macchinario delle sue reti calcolanti.
Quando la critica diverrà pensiero ermeneutico della transizione trans-egoica in atto, quando cioè tornerà a pensare, essa ci aiuterà a penetrare nei messaggi a volte oscuri che il dire poetico ci sta trasmettendo da più di un secolo, nel disinteresse generale e nella quasi totale incomprensione della critica ufficiale. Questa ermeneutica diverrà essa stessa annuncio e messaggio di rinascita, soffio rigeneratore del nuovo respiro che sta già filtrando entro le calotte spaccate del nostro io bellico, e disperato: “ermeneuein è quel esporre che reca un annuncio, in quanto è in grado di ascoltare un messaggio”(Heidegger).
Questa critica dell’esodo trans-egoico è in altri termini una scrittura poetica e rivelativa di per sé, e non ha nulla a che fare perciò con presunte scientificità neutrali né tantomeno con l’espressione di gusti personali. Questa critica, questa forma di interpretazione è cioè propriamente anch’essa, come il dire poetico autentico, un dono dello Spirito, una delle forme in cui lo Spirito della nostra umanità nascente continua a guidarci verso l’esito felice delle nostre penosissime trasformazioni.
Diventare mattinieri per ascoltare le parole del Giorno
Ma torniamo ancora una volta a Yves Bonnefoy:
La faccia più oscura ha gridato
Che il giorno è vicino (Pierre écrite)
E’ proprio la faccia più oscurata, è proprio la nostra faccia annerita nel buio della notte più fonda e decerebrata che continua a gridare che il Giorno è vicino: il Giorno: cos’è questo Giorno che si avvicina?
Nella Nota al mio primo libro di poesie, che si intitolava appunto Il Giorno (Scheiwiller 198
scrivevo: “Il Giorno ci chiede di avvenire, e avviene nel nostro diventarlo. Quest’Essere è l’Altro-Sé, lo Stesso, che debbo diventare, affinché Egli possa avvenire, divenendo in me; affinché possa farsi Giorno. Noi due ci cerchiamo da sempre, dialoghiamo e lottiamo fin dal principio: bifronte è la Storia dell’Uno: bilingue è il Colloquio d’Amore”.
Il Giorno: una parte di me? Lo stato liberato del mio essere? O un Altro che mi abita più profonda-mente di me stesso? O ancora un’epoca nuova che si sta maturando nella misura del nostro rendercene capaci? Oppure tutte queste cose insieme?
Altri versi di Bonnefoy cantano:
Acque del dormiente, albero d’assenza, ore senza riva.
Nella vostra eternità una notte va a finire.
Come nomineremo quest’altro giorno, anima mia,
Questo più basso rosseggiare mischiato a sabbia nera?
Quante preziose indicazioni su ciò che stiamo vivendo lampeggiano in questi versi.
Quante preziose indicazioni iniziatiche e al contempo storiche.
Chi sarà in grado di ascoltarle, di interpretarle, di tradurle in parole comprensibili a tutti?
Chi sarà disposto a porsi al servizio del Giorno che sta già rosseggiando proprio dentro il nero di un cratere incenerito, di questo cratere annerito che è ormai il nostro cuore? “Cenere./ Cenere, cenere, / Notte. /Notte-e-notte” (P. Celan); ma poi “e il cratere a forma di cuore/ attesta, nudo, le origini / le nascite regali”.
I poeti e gli ermeneuti delle parole del Giorno siamo noi stessi, ma solo se diventiamo mattinieri.
Il Giorno infatti parla solo alle nostre parti diurne, per le altre parti, per tutto ciò che di noi resta nelle tenebre del Morto non sussiste alcun Giorno, alcuna esperienza dell’inizio, nessuna nascita.
Il Giorno viene solo, e viene adesso, per chi rinuncia fino in fondo ad ogni pretesa di autonomia, ad ogni infantile chiusura nei limiti delle proprie certezze di ogni tipo: teologiche, ateologiche, vittimistiche o disperate.
Il Giorno respira solo in chi lo inspiri con amore, perduta-mente: “Poesia: potrebbe significare una svolta di respiro”(P. Celan).
Allora il Giorno, che come parola deriva dalla radice sanscrita dev, - che significa appunto lo splendore della luce diurna, ma da cui provengono anche le parole Dies, Zeus, Deus, Dio stesso - sembra prometterci l’esaudimento di tutti i nostri più folli desideri:
Qui, nel luogo chiaro. Non è più l’alba,
E’ il giorno ormai, dai desideri svelati.
Ma per sentire e vedere questo dobbiamo essere appunto Qui, nel luogo chiaro, dobbiamo cioè trans-locare nel luogo della nostra chiaro-veggenza mattiniera, uscire dalla notte dell’ego, e ricominciare a respirare luce.
Una critica del Giorno praticherà e insegnerà a tutti noi a praticare questo continuo spostamento, ad approfondire la gioia dell’esperienza spirituale di questa reiterata evasione liberatoria lì dove la vita ricomincia a zampillare, come era nel principio ed è proprio ora e sarà per sempre. Amen.
6 risposte so far ↓
milo // Giugno 5, 2007 a 5:14 pm
questa è psicoterapia.
saluti.
Renato // Giugno 6, 2007 a 5:44 am
Milo, ogni nostra parola deve essere rivalutata, rinominata, altrimenti rischia di non avere senso. Cosa intendi con “psicoterapia”? Forse è proprio così, è proprio “psico-terapia”, cura dell’anima, del Sè, dell’Altro che fonda ogni Sé. Non credo si possa ancora tener ferma la vecchia enciclopedia delle scienze. Oggi il linguaggio parla con parole “nuove”. Bisogna imparare ad ascoltare: questo è il compito più difficile, che necessità di uno studio faticoso. Che ce ne facciamo delle definizioni.
Dice Char: “C’è chi lascia veleni, chi rimedi. Decifrarli è difficile. Bisogna assaggiare”.
Un saluto.
Renato
marco guzzi // Giugno 6, 2007 a 6:53 am
Carissimi,
effettivamente i termini tecnici ci dicono ormai molto poco.
Perciò io tento di descrivere gli eventi piuttosto che correre a definirli.
La critica poetica cui aderisco collabora allo spostamento del centro del nostro essere e quindi di emissione della parola.
Uno spostamento che mi sembra l’Evento antropologico-culturale in atto su tutto il pianeta.
Possiede perciò certamente effetti psico-terapeutici (ci cura delle distorisioni dell’anima ego-centrata), ma anche politico-rivoluzionari (contesta e sovverte il fondamento egoico-bellico di questo mondo).
Potremmo forse parlare di un dire “iniziatico”, in senso non solo personale ma appunto anche collettivo, storico, politico-universale, proprio cioè di una Grande Iniziazione Occidentale, relativa all’Occidente inteso però non come area geopolitica, ma come epoca planetaria del tramonto della figura egoico-bellica di umanità.
Molto c’è da lavorare e da “assaggiare”…
Grazie e auguri
Marco Guzzi
Renato // Giugno 7, 2007 a 2:46 pm
Forse, se di psico-terapia si deve parlare, allora si tratterebbe di una terapia dalla portata (psico-)cosmica, dove la psiche, oltre a indicare l’anima individuale, richiama l’anima del mondo. C’è davvero molto da assaggiare, incarnare, disegnare e far nascere.
Grazie Marco e grazie Milo
Renato
Alfredo R. // Gennaio 7, 2008 a 10:13 pm
Carissimi,
è anche rileggendo scritti come quelli di Marco Guzzi che - pur nella quantità di parole sulla poesia - la vostra sosta si fa ben sentire…
Spero sinceramente di rileggervi presto.
A.R.
Luigi Di Ruscio // Gennaio 30, 2008 a 11:35 am
LA POESIA E LA FABBRICA
Mi alzo alle cinque del mattino, ecco la fabbrica, il reparto che richiede una frenetica mobilità sino a farmi crollare per lo sfinimento, tenere in movimento tre trafilatrici, correre da un punto all’altro della crisi dei fili, poi di corsa a casa in bicicletta mettere subito in movimento la macchina da scrivere oggi bene ripulita con l’alcol denaturato ed è bella anche a vedersi, azzurrina come è e dopo aver fatto lo schiavetto tutto il giorno eccomi davanti ai verbi, riferire le notizie della nostra brutalizzazione, i disoccupati, gli esclusi dall’inferno quotidiano si disperano, reclamano un posto in questi gironi infernali, ecco le poesie dirette solo a chi ha raggiunto un alto grado di alfabetizzazione e solo un minimo grado di brutalizzazione, poesie da spedire ai complici della congiura poetica, riferire il grado della nostra pericolosità, e quando raccontavo ad un cieco dalla nascita tutto quello che vedevo io riuscivo a vedere meglio, riferire il grado raggiunto del nostro complotto poetico, esprimere il massimo delle rivelazioni con un linguaggio il più ludico possibile, un linguaggio che dovrebbe essere anche irrisione dei linguaggi aulici, autorizzati, come se il vedere fosse possibile solo attraverso una grazia gratuita data disinteressatamente essendo tutti peccatori e non meritano che l’inferno della cecità.
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