(foto di Paola Pluchino)
Ho fra le mani la copia 35/100 del numero 15 dei QC (quaderni di cantarena, Genova, 2007, vcenturione@tin.it ) con prefazione di Francesco Marotta (“La parola non è che passaggio di senso.” – p. 9) e postfazione di Luigi Metropoli (“Il verso è un innesto su altri versi, è un lavoro che non viene da dio, ma dalla terra, dall’uomo con la sua fatica, dal suo errore. “ ; “Il lessico stride, al pari della sintassi, tutto stride come un grido che esala da un ingranaggio che va vanti da sé, da qualche componente meccanica che distorce l’interpretazione del reale, il nostro risiedere in esso.” – pp. 55 e 57).
Trovo questa raccolta di Paolo Fichera compatta, a volte con ritorni vichiani di immagini e parole, sofferta nella sintassi quanto cristallina nel lessico, a tratti dolorosa come una epigrafe eppure nostalgicamente vitale… certo si tratta di un modo di fare poesia, con brutali soluzioni di continuità e immagini sospese e magari ossessive, che non mi è sempre vicino, cioè vicino al mio personale modo di fruire e interagire con la poesia. Una difficoltà che noto anche nella mia lettura dei versi di Massimo Sannelli o Marco Giovenale, per fare un paio di nomi; una difficoltà che a volte mi allontana, appunto perché può velarsi di uno sperimentalismo tendenzialmente esoterico o intimisticamente criptico e frammentato, ma in cui trovo delle gemme affascinanti, come questi lacerti eviscerati da alcune poesie del Nostro:
«il cielo annaspa lo spazio / abitudine è anima, corso» (p. 25)
«il, seme: un calco, il / viscere, la parola segno / sia funzione, piedi che muoiono» (p. 29)
«la rosa brunita e scrivi: la disperazione / è luogo. il canale è luogo, la bellezza è / disperazione, l’io è luogo, capelli ramati e / innesti sangue in struttura, s’infeconda la» (p. 30)
«il paese bagnato dall’acqua non moriva: / è questa la pena che s’arrende a moriva» (p. 35)
«nel coraggio si perde latra / il poeta: ha sete e digiuna / in corpi sono fiori / il padre muore nella poesia, amen» (p. 41)
«ogni peccato al rossetto una barba inci / de ora l’ocra il selvaggio maglio membro / pace sconfitta, la sbarra separa l’ombra / dal cielo luce è dolore, strazio Dio» (p. 49).
Una voce, quella di Fichera, atta a insinuarsi nel discorso piazzando le sue cariche di dinamite a basso potenziale nei punti strategici, nelle giunture in cui la sintassi dà spazio alle parole vuote (preposizioni, congiunzioni, morfemi inseparabili che vengono separati…), e così una poesia in fondo tellurica, con uno spasimo germinante e performativo che pare in cerca di un rivelazione, di una apocalissi, ma sa che non basta il volontarismo, nemmeno quello fecondo e condiviso, per ottenerla.
Innesti è una silloge necessaria, da leggere.

6 risposte so far ↓
vocativo // Maggio 7, 2007 a 9:25 pm
Necessaria e da leggere.
“con uno spasimo germinante e performativo che pare in cerca di un rivelazione, di una apocalissi”
ciao Alex.
carla // Giugno 3, 2007 a 3:13 pm
Trovo la poesia di Paolo di un’essenzialità così marcata da risultare dolorosa…
il verso spezzato, l’asciugatura del verbo, tutto appare e smarrisce nello stesso tempo, il passo mostra l’occhio, lucido e vigile dietro la scrittura, e ciò che sgorga è
un canto di pietra.
da alcuni suoi versi ho tratto questi:
Il cielo annaspa lo spazio,
Scrivi
E gia io proseguo
- Consapevole e cieca -
I sogni
Getti di sperma, indecente coroni
Io bevo
La rosa brunita,
Le tue cicatrici
L’io - nostro - è luogo
L’opposto seme, cavità per l’eco.
cattedrale // Giugno 8, 2007 a 3:08 pm
grazie Alessandro e Luigi, veramente.
grazie Carla, per il respiro.
paolo
Luigi Di Ruscio // Gennaio 21, 2008 a 1:22 pm
(POESIA DI LUIGI DI RUSCIO TRADOTTA IN PROSA)
chiudere un porco vero nel reparto non un porco normale un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore vediamo come reagisce l’associazione protezione animali vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un maiale schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile vediamo se il sistema nervoso non gli si e spezzato vediamo se è diventato impotente con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale portiamolo nelle tante terre abbandonate e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi sgambetta liberato respira arie pure saziati pero la proposta dimostrativa non può essere accettata il maiale e stato selezionato perché ingrassi tenere bistecche di maiale sottilissime fette di prosciutto e ingrassi un grassissimo cervello per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa ti aspetta un lungo coltello chi lavora in un reparto è stato selezionato per tutta una cosa diversa resisti allo schianto per tutta una stagione sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente devi resistere intero sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi metti un uomo nel reparto chiudili dentro per otto ore consecutive vedi come reagisce prendi un uomo dell’umanesimo staccalo dai quadri affreschi dei grandi umanisti prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce fare moltissime prove vediamo cosa succede vedi se diventa pericoloso (può diventare pericoloso chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive può diventare molto pericoloso controllate tutti i telefoni apri il suo cervello vedi cosa medita misura la sua rabbia aspettati che scoppi)
Luigi Di Ruscio // Gennaio 27, 2008 a 9:18 am
http://www.rassegna.it/2007/video/articoli/diruscio.htm
Luigi Di Ruscio // Gennaio 27, 2008 a 10:35 am
Dal mio ultimo libro L’ALLUCINAZIONE,edizioni “affinità elettive” Ancona 2007
Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla “forza della sua debolezza”, il “superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle”, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole e penso che per queste cose sono brave le scrittrici, le donne vivono nella concretezza delle mura domestiche senza divagare, noi invece pensiamo sempre ad altro e Gustav Aschenbach viveva in albergo, a me piacerebbe vedere un bel diario della ragazza delle pulizie di quell’albergo. Immagina un diario di una di quelle suore che accudisce il papa, che magari al papa dovranno anche pulirgli il culo, dovranno lavarlo, pulirlo come fosse un bambino. Una scrittura vicinissima all’orribile concretezza di ogni giorno, devo averlo un libro di una svedese, il diario di una lavatrice di pavimenti, spero di ritrovarlo.
Luigi Di Ruscio
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