Entries categorized as ‘attualità’
di Massimo Orgiazzi
La cronaca è che in tre sono stati ammazzati a Malatya, a est, in Turchia. In una casa editrice protestante sono stati ammazzati tre uomini perché stampavano bibbie. Le vittime erano due turchi cristiani e un tedesco, accusati di fare proselitismo tra i musulmani. Tre dei quattro presi di mira sono stati «legati, bendati e sgozzati », il quarto è grave, dopo essere stata anch’esso accoltellato alla gola. La riflessione, invece, non viene fuori bene come la cronaca: non ha il suo stesso lampo immediato, la stessa impressione solare che viene su dai giornali e dai siti. Perché si sentono già le voci, magari tutte interiori, che affermano, già gridano, che è solo una delle tante disgrazie di questo pianeta tutto osservato, riletto, documentato. Tutto fa brodo: la bambina di 9 anni stuprata, quella ammazzata dai cani, i duecento morti anche oggi a Baghdad, il testamento del killer, la diossina, appena fuori città. Non è che lasciamo tanti, troppo pezzi di noi, nelle storie tentate che sono tutte queste notizie ? E non rimaniamo che vuoti senza sapere che fare, cosa pensare: non è un problema nostro, del resto; da anni è uno spettacolo, ormai. E’ un aprile cruento, di caldo: forse il mondo è in condizioni sbagliate, sta solo soffrendo, ma noi continuiamo quasi senza domande, o monche, tagliate, a correre in questo calore anzitempo. Le risaie, su ad ovest, sono ricolme di acque: mostrano a terra i riflessi di un cielo compiuto, di terra, di nostre giornate via da casa di corsa, come già anni fa. Questo tuo grido farà come vento, / che le più alte cime percuote. E l’aria è già ferma da tempo e il grido è più giù, ancora in silenzio, in un nostro esiliato apolide dentro.
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Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.
16 dicembre 1986
II vol. delle Opere di Primo Levi, Torino, Einaudi, 1988.
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di Vito Mancuso
Nell’Albero degli zoccoli una donna si alza e va in chiesa a pregare, poi riempie una bottiglia e l’acqua guarisce la mucca. In Centochiodi nessuna preghiera, nessun miracolo: solo un’immensa, dura, negazione: Dio non è così! Ermanno Olmi è uno di quei cattolici che vogliono credere in Dio ma insieme guardare il mondo per quello che è, un’operazione che talora conduce alla lacerazione dell’anima. Tra i chiodi che più la fanno sanguinare c’è lo scandalo del male. Centrale nel film è il dialogo del protagonista col vecchio monsignore: “Lei ama i suoi libri più degli uomini, ma Dio non parla coi libri”. Il monsignore l’ammonisce di non bestemmiare e gli ricorda il giorno del giudizio. Lui risponde: “In quel giorno sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo”. Il monsignore se ne va, non sa cosa replicare. Neppure la Chiesa lo sa. La sua dottrina al riguardo è incerta, ci sono contraddizioni tra gli scritti di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, persino tra gli articoli del Catechismo. La voce dei preti trema quando si chiede loro perché, se Dio è amore e onnipotenza, vi è tanto dolore innocente.
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di Massimo Orgiazzi
Qualche giorno fa, in un brevissimo pezzo che discuteva su una ricerca francese intorno al consumo di media in rapporto al tempo dedicatovi, Marco Guzzi annotava che il frenetico riprodursi dell’informazione, a rischio (forse già concretizzato in realtà) di subirla passivamente, necessitava la riflessione e l’impegno intorno alla realizzazione di «un lavoro interiore continuo sul silenzio mentale e sulle proprie problematiche psicologiche […]; ed uno sbocco esterno, fisico, in eventi o atti collettivi, del lavoro sul web». Riprendo e segnalo un articolo del cardinale Angelo Scola, apparso su L’Avvenire di domenica 11 marzo, che a sua volta recupera le lezioni di Roland Barthes al Collège de France del 1978, per discutere di un’alternativa scansione del tempo che consenta un’integrazione tra «antropologia, etica ed economia compatibile», ricorrendo a quanto Barthes definiva il «tempo vibrato», tipico dell’ora et labora dell’Abbazia. Il problema può essere ribaltato sulla questione del mezzo informatico e la sua maggiore, anche se solo potenziale, apertura rispetto al broadcasting televisivo, che tende ad essere subìto tanto più acriticamente quanto più il mezzo non contiene strumenti per poterne garantire un approccio critico. Barthes, nelle lezioni summenzionate, affrontava anche e soprattutto il problema del «vivere insieme», punto focale nell’affrontare come comunità e civiltà i problemi stessi della crescita continua, dell’ottica consumistica e neocapitalista che recepisce solo i valori di mercato come rilevanti.
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di Massimo Orgiazzi
E’ appena stato reso pubblico uno studio di Médiamétrie sul comportamento dei francesi, che dimostra come, per sommi capi, la popolazione attiva su Internet, che nel 2005 era un quarto del totale, nel 2006 sia passata a un terzo. Inoltre, cosa non trascurabile, la stessa fetta di popolazione (rappresentativa su un campione di 9000 persone cui è stato chiesto di annotare ogni quarto d’ora, tutte le loro pratiche multimediali condotte parallelamente alle attività correnti come mangiare, spostarsi, riposare, ecc.) consuma più radio e più giornali rispetto lo stesso periodo di riferimento. Qua un dettaglio della ricerca. Altra cosa ancora da non trascurare è come, sempre secondo Médiamétrie, la crescita del tempo dedicato a Internet non avviene a scapito dei media classici, ma va tutta a scapito di altre attività quotidiane: il riposo, gli spostamenti, il silenzio. Semplice sovraesposizione a oltranza ai media ? O possibilità di creare cultura e civiltà ? Domande importanti prima di tutto per chi scrive e chi legge questi canali. L’«estasi della comunicazione» significa che «il soggetto è vicino alle immagini istantanee e all’informazione, in un mondo sovraesposto e trasparente. In questa situazione, il soggetto diventa un mero schermo, una semplice superficie che assorbe e riassorbe le reti influenti». Jean Baudrillard è scomparso lo scorso martedì.
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Riceviamo e pubblichiamo
di Gio Ferri
Carissimi Amici de L’ATTENZIONE,
da tempo volevo congratularmi per la vivacità intellettuale e redazionale della vostra rivista. Bravi ! Leggo buona parte degli interventi ‘estranei’ al dibattito che avete avviato (non tutti, ovviamente, alcuni sono ripetitivi e ‘giocano’ sul sesso degli angeli… a proposito di sesso !). Capisco le diverse posizioni ed è inutile che io le ripeti o commenti nel dettaglio. Anche perché “personalmente” non mi ci sento molto coinvolto a fondo, in effetti.
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Su Little Miss Sunhine, di Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2006
di Massimo Orgiazzi
Attenzione: riferimenti di questo articolo possono direttamente o indirettamente rivelare la trama completa dell’opera.
Il film dei coniugi Jonathan Dayton e Valerie Faris, già stimati produttori e registi di videoclip per un notevole stuolo di protagonisti della scena pop&rock anglosassone (da R.E.M. a Hot Chili Peppers, da Smashing Pumpkins a Offspring), è un film prima di tutto sulla famiglia e sulla sua presa di coscienza (autocoscienza) nell’epoca del new media, del merchandising e del patinato mondo della moda, ai quali si pone come tagliente risposta E’ un film sulla famiglia che si scopre tale a partire dagli assunti più disastrosi e lo fa attraverso un dirompente, rivoltoso, diretto quanto innocente atto di dichiarazione, oltre che attraverso una storia divertente, seppure colma di amarezza, che non perde un’occasione per scovare ed enucleare la disperazione dell’uomo e della donna (e dei figli) contemporanei. Trionfatore ovunque sulla scena del cinema indipendente, al Sundance Film Festival, a Sydney, a Locarno e con l’Indipendent Spirit Award, ha avuto anche l’onor maggiore di un Oscar per la miglior sceneggiatura originale (oltre ad un altro come best supporting actor ad Alan Arkin, che lavora, e non è poco, per meno della metà del film) ed è stato l’oggetto di una sfortunatissima produzione durata cinque anni, che ha visto problemi finanziari, ipoteche sulla casa dei registi e inconvenienti a non finire.
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Riceviamo e pubblichiamo
di Sandro Montalto
Interesserà a più di qualcuno, penso, sapere che un poeta, romanziere e filosofo (i suoi ultimi saggi sono Principi di fenomenognomica e Sui fondamenti dell’amore, Guerini e Associati, Milano 2003 e 2006) a noi contemporaneo, assolutamente interessante e ancora non adeguatamente letto e studiato, vale a dire Roberto Bertoldo, ha recentemente pubblicato un saggio che avrebbe meritato una maggiore eco. Non a caso lo accostiamo alla vicenda di Sanguineti, per simile interesse e per sfruttarne doverosamente, appunto, la risonanza.
Profili e contraddizioni della violenza (in: AA.VV. a cura di Adriano Accattino, VVV valore, verità, violenza, «Fondamenta Nuove» n. 6/7, maggio / settembre 2006, pp. 93 – 108), è un’ampia riflessione sul tema della violenza. Un intervento che rifiuta ogni stanco riassunto storico-politico e preferisce mirare al cuore della faccenda: indagare senza schieramenti preconcetti la violenza del potere e del contropotere, la violenza «regolamentata (ogni regola è una violenza) o imprevedibile (ogni fatto inatteso è una violenza), spirituale o fisica», che «si erge a paladina come si ergerà a tiranna, per questo è sfuggente e serve tanto al potere quanto all’opposizione» (pensiamo alla Rivoluzione Francese, ad esempio, il cui terrore è nato dal concetto giusnaturalistico, o ai regimi comunisti). Una violenza serva del potere che è soprattutto subdolo, spesso non violento direttamente contro il popolo ma contro i valori del popolo.
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Riceviamo e pubblichiamo
di Sandro Montalto
In occasione di una “Lectio Magistralis” in onore di Pietro Ingrao tenutasi a Roma nella Sala del Refettorio della Camera davanti a centinaia di persone (oggi pubblicata da Ediesse), il noto poeta e critico Edoardo Sanguineti, da sempre attivo nel campo politico (è stato consigliere comunale a Genova e Deputato per il PCI, ed ora è candidato sindaco nel capoluogo ligure), se ne è uscito con alcune dichiarazioni che hanno fatto scandalo. Cosa ha mai detto di inatteso questo vecchio intellettuale, tra i fiori all’occhiello della nostra Italia, per scatenare le ire di una nazione divisa tra indifferenza e furori ben irregimentati? Ebbene egli ha osato pronunciare parole come «Odio», «Rivoluzione», sempre affascinanti ed efficaci seppur ritenute da molti (la prima carta da giocare è la delegittimazione del nemico) ormai desuete.
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Ricevo su segnalazione di Alessandro Ramberti e pubblico:
Il prof. Stefano Allievi, professore di sociologia, grande studioso di islam che ha dato un grande contributo al dialogo con questa religione e che è stato fra i primi firmatari dell’appello al dialogo cristiano-islamico promosso dal nostro sito, è stato condannato per diffamazione aggravata a mezzo stampa (sei mesi, oltre a una pena pecuniaria di tremila euro), su querela di Adel Smith, per quello che ha scritto su di lui nel suo libro “Islam italiano”. E’ una sentenza che consideriamo assurda ed ingiusta che crediamo metta in discussione elementari principi democratici. Condannare chi ha dedicato la sua vita di studioso al dialogo ed in particolare al dialogo con l’Islam è un brutto segnale che non può lasciarci indifferente. Chiediamo perciò a tutti i nostri lettori di sottoscrivere questa petizione di solidarietà. Di seguito il link per la sottoscrizione e i testi delle lettere dello stesso Stefano Allievi e il testo dell’appello.
Maggiori info QUI
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m.o.
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di Massimo Orgiazzi
Sui giornali di ieri e di oggi si trovano estratti di un libro distribuito da Longanesi da giovedì scorso: Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), dell’«impertinente matematico», come ama farsi definire, Piergiorgio Odifreddi. Sulle pagine de L’Attenzione Marco Guzzi aveva già avuto modo di confrontarsi con il suddetto mio concittadino (tra l’altro incontrato un paio di volte alle varie Fiere del Libro), ma l’uscita di questo “pamphlet” stimola ad un’ulteriore riflessione, senza mezzi termini focalizzata su alcuni inquietanti risvolti delle anticipazioni che si trovano sulle pagine dei quotidiani e sui i siti internet. Qui un’intervista a Piergiorgio Odifreddi tratta da La Stampa del 1° Marzo e a cura di Mario Baudino, che invito tutti a leggere per farsi un’idea introduttiva e qui un’anticipazione della prefazione. Il Cristianesimo, è detto con approssimazione etimologica da Odifreddi è la religione dei «cretini». La lettura dei link indicati sia propizia per farsi l’ennesima idea sull’ennesimo dibattito che nascerà intorno a cultura laica e cultura Cristiana Cattolica. Qui però, alla faccia delle idee sedicenti «illuministe» che orientano il nostro, vorrei richiamare l’attenzione sull’uso politico e sul profilo inquietante di affermazioni come questa: «In fondo, la critica al Cristianesimo potrebbe dunque ridursi a questo: che essendo una religione per letterali cretini, non si adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo. Tale critica, di passaggio, spiegherebbe anche in parte la fortuna del Cristianesimo: perché, come insegna la statistica, metà della popolazione mondiale ha un’intelligenza inferiore alla media(na), ed è dunque nella disposizione di spirito adatta a questa e altre beatitudini».
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(e per ricordarci sempre che cosa è davvero in gioco nel cristianesimo)
di Vito Mancuso
E’ uno splendido pomeriggio di sole qui sulle colline del Monferrato e mentre il
sole entra dalla finestra penso alla battaglia che i responsabili della mia Chiesa stanno conducendo in questi giorni per difendere la famiglia. Una battaglia della luce contro le tenebre? Temo che non sia così. Temo che in gioco non ci sia il Vangelo ma solo una concezione sbagliata della natura che ancora continua a guidare il pensiero della gerarchia ecclesiastica. La gerarchia pensa la natura come manifestazione diretta del volere della divinità, per cui pone la seguente equazione: natura = legge naturale = legge divina. Ne viene che l’omosessualità, che è palesemente una contraddizione della fisiologia naturale, è giudicata come contraria al volere divino. Da qui la feroce opposizione della Chiesa al progetto legislativo di riconoscimento delle unioni omosessuali. Ma la questione è: perché gli omosessuali sono omosessuali? Perché nascono così? Perché la natura mette al mondo alcuni suoi figli la cui sessualità è attratta dall’uguale e non dal diverso, com’è invece necessario perché la vita proceda?
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di Giuseppe De Rita
da Il Sole 24 Ore del 13 febbraio 2007, pag. 1
Nella mia lunga carriera di scriba ho avuto e ho momenti d’invidia e di pulsione imitativa nei confronti dell’eleganza semantica di Marco Tullio Cicerone. E in quei momenti mi ritrovo a citare a memoria, quasi per allenarmi all’imitazione, lo straordinario incipit dell’orazione Pro Marcello: «Diuturni silentii, patres conscripti, quo eram his temporibus usus, non timore aliquo, sed partim dolore partim verecundia, finem hodiernus dies attulit (Questo giorno, o senatori, segna la fine del lungo silenzio che avevo osservato in questi anni, non per qualche timore ma in parte per l’amarezza e in parte per il riserbo)». Darei qualsiasi cosa per saper scrivere tre righe così auliche e ornate; ma, dopo tanti tentativi non riusciti, sto imparando a rinunciarvi…
E forse sta anche in questi aggettivi il successo del De senectute: il suo lettore viene, pagina dopo pagina, portato a pensare che la vecchiaia possa essere bella come la prosa ciceroniana, tersa e misurata, grave e gentile, meditata e tranquilla, con una punta di nobile alterità.
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di Massimo Orgiazzi
Non si può fare a meno, scorrendo un quotidiano, ascoltando un giornale radio, una rassegna stampa, di imbattersi nella questione delle unioni di fatto, sugli ormai noti “Dico” e sulla polemica intorno all’ingerenza della Chiesa nelle questioni politiche e civili dello Stato Italiano. Questo pezzo (che è un articolo da blog, secondo la sotto discussa e forse vana distinzione) non si dilunga sulla questione se sia giusto o meno approvare un disegno di legge come quello sui diritti dei conviventi (cosa sulla quale, credo, la totalità della redazione de L’Attenzione ha idee ben precise), ma piuttosto discutere l’atteggiamento e le ragioni di chi in questi giorni non riesce a tollerare che la Chiesa continui a diramare comunicati ed intervenire sulla questione, “perturbando il dibattito politico”. La notizia poi che le gerarchie ecclesiastiche stiano preparando un documento vincolante per i fedeli contro i “Dico”, sta facendo gridare allo scandalo una buona parte di esponenti politici, fino alle recentissime richieste di rivedere il Concordato, esprimendo dubbi sulla sua stessa opportunità di rimanere in atto.
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