Centochiodi, un film su cui riflettere
di Salvatore Ritrovato
Cento chiodi ‘crocifiggono’ cento libri al pavimento e ai tavoli di una impor-tante e bellissima biblioteca, luogo di cultura per eccellenza, che li custodisce nei secoli. La metafora del film di Ermanno Olmi, Centochiodi, mi è parsa sin dall’inizio così limpida e provocatoria che non riesco a comprendere come possa essere fraintesa, e addirittura messa sullo stesso piano dei roghi di Fahrenheit 451 (dal romanzo di Bradbury al film di Truffaut).
Centochiodi mette, sì, in discussione il libro. Ma non il libro come lettura, bensì quello che presume di spiegare tutto, anzi di fondare il senso religioso del mondo (donde il sottotitolo polemico del film di Olmi: “le religioni non hanno mai salvato il mondo”) restando astratto, lontano dalla vita, avulso da quello che succede realmente negli uomini. Olmi non sceglie il ‘rogo’ come pena capi-tale dei libri, ma i chiodi, strumento esemplare di Passione e, forse, di Redenzione. Rispetto al fuoco che divora e distrugge ogni fibra materiale del libro, il chiodo costringe lo spettatore a osservare e a riflettere sulla sofferenza della vittima (il libro), le cui cicatrici, non rimarginabili, sono il ricordo di una speranza insopprimibile. Il fuoco è repressivo, non ammette replica, è lo strumento di ogni censura ideologica, dell’oblio sistematico, della soluzione finale per incenerimento; il chiodo, invece, è punitivo, mira al segno mistico che affligge e suscita nuove risposte, e intanto lascia memoria di sé nella materia, scarnificata, dissanguata, eppure pulsante, pronta a resuscitare. Olmi non poteva scegliere ‘metafora’ più potente e sottile.
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Ma perché? Per dire solo che le religioni non salvano il mondo? E che è necessario ricominciare ‘altrove’, per esempio in una comunità di semplici, e qui mettere la parola alla prova della vita? A un certo punto la ‘parola’ passa ai semplici. Il protagonista in fuga, giunto come straniero in un luogo abbandonato sulle rive del Po, e nascosto in un casolare diroccato, fuori dalle mappe geografiche e catastali, viene coinvolto dai suoi nuovi vicini nella civile resistenza contro la decisione delle autorità regionali di costruire laggiù un porto fluviale. Gli abitanti si ribellano, ma non sanno come scrivere la loro petizione. Il professore li invita a parlare di sé, dei loro ricordi e dei loro sogni più intimi e strani, nei quali si manifesta il legame più profondo con quel luogo, la ragione vera di un amore non ideologico né idolatrico, ma fisico e emotivo con quel paesaggio, con quella terra. Il professore annota, apprende la parola dei testimoni, la loro vita, scrive. È il riscatto della parola crocifissa, che risale alle radici emotive del sogno e della memoria: parla il mondo. Ecco, l’“immane tragedia” degli intellettuali (dai teologi ai politici, dai professori agli scrittori) del nuovo secolo: parlare di libri senza emozione; riempire scaffali e librerie inseguendo la novità o il pezzo raro, la questione à la page o il feticcio accademico; lasciarsi trasportare dal proprio mestiere trasformando il pensiero in sofisma, la scrittura in dottrina, il guardare-dentro in estetismo-del-segno.
Vi è un «paradosso» nel film di Olmi: la parola alla fine torna viva nei racconti (che semplici non sono!) dei semplici, si incarna quando diventa una metafora ‘necessaria’ per salvare (da bulldozer e ruspe) delle vecchie case e, soprattutto, delle storie insignificanti. E torna persino in quella frase dura, coraggiosa: «Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico», che il professore, inquisito, rovescia sul trito burocratichese dell’interrogatorio, in una amara conversazione sull’incertezza di ogni presunzione e, quindi, sul limite di ogni condizione di innocenza come di sapienza.
Credo che la poesia dovrebbe riflettere su questo. Dovrebbe saper scegliere.
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2 risposte finora ↓
TS Mec // Maggio 6, 2007 a 11:13 am
Cento chiodi
(Perché il film di Ermanno Olmi non mi è piaciuto)
di Gianfranco Maccaglia
Soprattutto non mi è piaciuto per colpa mia: mi aspettavo molto di più da lui.
Come se non bastasse, sono rimasto profondamente deluso dalla scarsissima fiducia riposta nello spettatore. Perché ci spiega cosa vuole dire? Forse anche il regista è consapevole di non avere avuto la maestria necessaria a trasmetterci il suo messaggio?
Un film parla con le immagini e con i dialoghi viventi dei suoi personaggi, ma mai si dovrebbe esprimere con delle spiegazioni. Un film dovrebbe avere la capacità di scatenarti emozioni e scelte di campo, a volte con una sola, semplice inquadratura. Un film dovrebbe essere un film, e non un proclama.
E che dire delle citazioni esplicite ma non dichiarate a Fellini e Pasolini? Oddio mio che strazio, veder distruggere le pietre miliari del fare cinema! Federico e Perpaolo, su argomenti semplici, hanno costruito opere d’arte fiabesche e sognanti! (perché citare Amarcord o Il fiore delle mille e una notte, se non si ha il coraggio di far muovere i personaggi in modo credibile?)
Che distanza abissale dalle metafore criptiche de “Il segreto del bosco vecchio” e dal crudo malinconico, intenso e buio mondo de “L’albero degli zoccoli”.
Insomma, caro Olmi, tutto qui quel che hai da dirci sul Po e sui borderline? Sul provincialismo padano? Sulla fame di amicizia e di rapporti umani?
Un ben debole j’accuse contro una cultura, sacra o profana non si capisce, ma sorda e cieca che dimentica i suoi figli.
Non basta a salvare il film una fotografia eccellente. Non basta a stupirci e affascinarci, la sincerità di quei visi intensi e scolpiti nell’argine. Non possiamo accontentarci dei luoghi gonzaghiani che preludono al delta migliore d’Europa. Non è sufficiente anche quella magnifica sequenza iniziale, originale e tesa, che promette di trascinarci in tutta altra storia.
E infine, la cosa per me più spiacevole. Ma se mi porti al cinema per dirmi che le religioni sono uno dei mali del mondo, perché me lo dovrebbe dire un poco credibile nuovo messia? E come mai la salvezza arriva proprio da questo cialtrone professorino belloccio, che poi sparisce come un qualsiasi predicatore, presuntuoso e insensibile?
Forse è andato a bersi un caffè con il suo amico?
Quel dio onnisciente che tutto e sa e niente governa?
Testamento fallito, almeno per me che sono un suo grande estimatore.
Roma 6 maggio 2007
andrea margiotta // Giugno 3, 2007 a 11:53 am
Non ho visto il film di Olmi: non siamo obbligati a leggere tutti i libri che vediamo, entrando in una libreria né possiamo vedere tutti i films che sono in proiezione cinematografica o in tv…
Per fortuna abbiamo una specie di radar o sesto senso che ci guida, più o meno sviluppato, e in alcune persone quasi infallibile…
Esperienza non vuol dire fare tutto ma l’intelligenza nelle cose che fai, ovvero un giudizio critico e una ricerca di senso e significato…
L’ultimo film di Olmi non mi ispira: ho ammirato il maestro nel Mestiere delle armi ma in generale non sono mai stato un suo grande fan…
Il mio cattolicesimo e la mia fede (molto poco tranquillizzanti e molto poco borghesi) son più vicini alle vicende ed esperienze del papa polacco che agli umori veneto-sentimentali di Olmi o di Roncalli… E per niente buonisti, anzi di spirito combattente…
Il commento di Ts mec (ma qual è il tuo nome?) mi pare abbastanza intelligente ed appropriato e rafforza la mia resistenza alla visione dell’ultimo lavoro del maestro bergamasco…
Però Ts mec, secondo me, non è buon giudice così come invece lo è la sua amica - nel suo sito - riguardo al film Le vite degli altri che è un gran bel film, il migliore che ho visto al cinema tra le ultime nuove uscite… Del resto, non sono solo io a dirlo e gli Oscar non sono pregiudizialmente
fuorvianti solo perché vengano dagli Usa… Qualche volta, sono meritati…
Ts Mec dice che il protagonista cattivissimo all’inizio diventa un tenerone nel corso della storia, risultando poco credibile…
A parte il fatto che, chi fa il mio lavoro, lo sceneggiatore di cinema, sa che il cambiamento del protagonista è una ricchezza nei films cosiddetti di Personaggio e non un limite ma tanto più in una storia come Le vite degli altri dove detto cambiamento è proprio il perno di tutta la vicenda…
Da quel che dice, TS Mec non mi pare che abbia capito molto il film… Molto più acuta la sua amica, benché nella di lui microstoriella quotidiana, che il TS Mec racconta nel suo sito, trasudando presunzione mal riposta, dovrebbe fare la parte della donna un po’ scemotta…
Non è così: lei il film lo ha capito molto meglio…
TS Mec, riconsiderati entro una misutra che ti è più appropriata… Non sei il Bukowski de noantri…
Andrea Margiotta
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