Entries from Aprile 2007
Centochiodi, un film su cui riflettere
di Salvatore Ritrovato
Cento chiodi ‘crocifiggono’ cento libri al pavimento e ai tavoli di una impor-tante e bellissima biblioteca, luogo di cultura per eccellenza, che li custodisce nei secoli. La metafora del film di Ermanno Olmi, Centochiodi, mi è parsa sin dall’inizio così limpida e provocatoria che non riesco a comprendere come possa essere fraintesa, e addirittura messa sullo stesso piano dei roghi di Fahrenheit 451 (dal romanzo di Bradbury al film di Truffaut).
Centochiodi mette, sì, in discussione il libro. Ma non il libro come lettura, bensì quello che presume di spiegare tutto, anzi di fondare il senso religioso del mondo (donde il sottotitolo polemico del film di Olmi: “le religioni non hanno mai salvato il mondo”) restando astratto, lontano dalla vita, avulso da quello che succede realmente negli uomini. Olmi non sceglie il ‘rogo’ come pena capi-tale dei libri, ma i chiodi, strumento esemplare di Passione e, forse, di Redenzione. Rispetto al fuoco che divora e distrugge ogni fibra materiale del libro, il chiodo costringe lo spettatore a osservare e a riflettere sulla sofferenza della vittima (il libro), le cui cicatrici, non rimarginabili, sono il ricordo di una speranza insopprimibile. Il fuoco è repressivo, non ammette replica, è lo strumento di ogni censura ideologica, dell’oblio sistematico, della soluzione finale per incenerimento; il chiodo, invece, è punitivo, mira al segno mistico che affligge e suscita nuove risposte, e intanto lascia memoria di sé nella materia, scarnificata, dissanguata, eppure pulsante, pronta a resuscitare. Olmi non poteva scegliere ‘metafora’ più potente e sottile.
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Categorie: numero otto
di Massimo Orgiazzi
La cronaca è che in tre sono stati ammazzati a Malatya, a est, in Turchia. In una casa editrice protestante sono stati ammazzati tre uomini perché stampavano bibbie. Le vittime erano due turchi cristiani e un tedesco, accusati di fare proselitismo tra i musulmani. Tre dei quattro presi di mira sono stati «legati, bendati e sgozzati », il quarto è grave, dopo essere stata anch’esso accoltellato alla gola. La riflessione, invece, non viene fuori bene come la cronaca: non ha il suo stesso lampo immediato, la stessa impressione solare che viene su dai giornali e dai siti. Perché si sentono già le voci, magari tutte interiori, che affermano, già gridano, che è solo una delle tante disgrazie di questo pianeta tutto osservato, riletto, documentato. Tutto fa brodo: la bambina di 9 anni stuprata, quella ammazzata dai cani, i duecento morti anche oggi a Baghdad, il testamento del killer, la diossina, appena fuori città. Non è che lasciamo tanti, troppo pezzi di noi, nelle storie tentate che sono tutte queste notizie ? E non rimaniamo che vuoti senza sapere che fare, cosa pensare: non è un problema nostro, del resto; da anni è uno spettacolo, ormai. E’ un aprile cruento, di caldo: forse il mondo è in condizioni sbagliate, sta solo soffrendo, ma noi continuiamo quasi senza domande, o monche, tagliate, a correre in questo calore anzitempo. Le risaie, su ad ovest, sono ricolme di acque: mostrano a terra i riflessi di un cielo compiuto, di terra, di nostre giornate via da casa di corsa, come già anni fa. Questo tuo grido farà come vento, / che le più alte cime percuote. E l’aria è già ferma da tempo e il grido è più giù, ancora in silenzio, in un nostro esiliato apolide dentro.
Categorie: attualità
Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.
16 dicembre 1986
II vol. delle Opere di Primo Levi, Torino, Einaudi, 1988.
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di Vito Mancuso
Nell’Albero degli zoccoli una donna si alza e va in chiesa a pregare, poi riempie una bottiglia e l’acqua guarisce la mucca. In Centochiodi nessuna preghiera, nessun miracolo: solo un’immensa, dura, negazione: Dio non è così! Ermanno Olmi è uno di quei cattolici che vogliono credere in Dio ma insieme guardare il mondo per quello che è, un’operazione che talora conduce alla lacerazione dell’anima. Tra i chiodi che più la fanno sanguinare c’è lo scandalo del male. Centrale nel film è il dialogo del protagonista col vecchio monsignore: “Lei ama i suoi libri più degli uomini, ma Dio non parla coi libri”. Il monsignore l’ammonisce di non bestemmiare e gli ricorda il giorno del giudizio. Lui risponde: “In quel giorno sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo”. Il monsignore se ne va, non sa cosa replicare. Neppure la Chiesa lo sa. La sua dottrina al riguardo è incerta, ci sono contraddizioni tra gli scritti di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, persino tra gli articoli del Catechismo. La voce dei preti trema quando si chiede loro perché, se Dio è amore e onnipotenza, vi è tanto dolore innocente.
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Categorie: attualità · riceviamo e pubblichiamo