Quando cavalcavo il ‘77 bolognese - Perché si ricordi dopo solo 30 anni

Marzo 13, 2007 · 36 commenti

di Gian Ruggero Manzoni

Prendendo spunto dall’Archivio Storico della Nuova Sinistra “Marco Pezzi” (faentino, uomo da sempre impegnato, che conobbi in quegli anni, ora prematuramente scomparso) in maniera sintetica vi dirò di quei giorni, visto che li ho vissuti:

Prologo - Gennaio 1977 Scissione nel PDUP (Partito di Unità Proletaria – Manifesto, già costola uscita dal PCI… Partito Comunista Italiano), che è in piena crisi: gruppi di militanti e alcuni dirigenti erano ripassati nei mesi precedenti al PCI o al PSI (Partito Socialista Italiano), mentre gran parte delle femministe erano uscite contestando il carattere maschilista e autoritario del dibattito interno. La vera ragione della crisi, al di là dell’occasionalità del pretesto (la richiesta di sospensione di Capanna che aveva criticato Magri) è il fallimento della strategia dell’unità delle sinistre per un governo di alternativa. In tutt’Italia si vanno a creare Collettivi Autonomi che non si riconoscono, più, nella sinistra parlamentare-costituzionale. 21 gennaio Il Parlamento approva la legge sull’aborto. 24 gennaio Cominciano gli scontri. A Palermo gli studenti occupano la Facoltà di Lettere contro la circolare del Ministro della Pubblica Istruzione Malfatti del 3 dicembre 1976 che limita la ripetizione degli esami. 1 febbraio A Roma provocazione neofascista all’Università: un centinaio di ‘camerati’ entrano a Lettere e Giurisprudenza intonando canzoni e slogan. Sono armati con spranghe e bastoni, e anche con armi da fuoco: infatti un colpo di pistola ferisce gravemente lo studente Guido Bellachioma. 2 febbraio Manifestazioni antifasciste in molte città. A Roma gli studenti e le forze politiche si dividono sulle modalità della protesta antifascista: FGCI (Federazione Giovani Comunisti Italiani) e PDUP scelgono un comizio dentro l’università, numerosi studenti, Autonomia Operaia e quelli di Lotta Continua decidono di manifestare nelle strade vicine all’università e di assaltare la sede neofascista di via Sommacampagna. Il corteo viene disperso dalla polizia, che ferisce gli studenti Paolo Tommasini e Leonardo Fortuna, i quali, però, vengono incriminati per tentato omicidio nei confronti dell’agente Domenico Arboletti, che è invece colpito dal fuoco incrociato dei suoi colleghi. La versione ufficiale addossa tutte le responsabilità agli studenti, anche il PCI aderisce a questa versione. Il comunista Ugo Pecchioli rilancia la teoria degli opposti estremismi che attaccano lo Stato e la democrazia, e chiede la chiusura dei covi dei cosiddetti Autonomi, affermando che “il raid dei fascisti all’università e le violenze dei provocatori cosiddetti Autonomi sono due volti della stessa realtà. Gli uni e gli altri puntano sulla violenza e sul terrorismo”. E’ la rottura, totale e definitiva, tra il PCI e il Movimento Studentesco. La figura sociale dello studente del ‘77 è ben diversa da quella dello studente del ‘68. Quello del ‘77 è “uno strano movimento di strani studenti”. Gli studenti del ‘68 erano in maggioranza figli della buona borghesia, quelli del ‘77 sono per lo più studenti-lavoratori, vengono dal proletariato, con la prospettiva della disoccupazione e del precariato. La rivolta del ‘77 è sia politica che esistenziale, è l’espressione “di un tessuto sociale disgregato, di una disoccupazione che ha toccato livelli da capogiro, di un’assenza generale di significati. A Centocelle si vive peggio che negli slum di New York e qui come là difficilmente la rabbia si trasforma in coscienza di classe”, in tal modo scrive Gianni Statera. Invece Asor Rosa così analizza la situazione in un famoso articolo pubblicato sull’Unità il 20 febbraio, egli vede il ‘77 come la frattura tra “le due società”: quella dei “garantiti”, lavoratori privilegiati perché hanno un posto fisso, e quella dei “non garantiti”, lavoratori precari, disoccupati, studenti-lavoratori. E’ il cosiddetto “operaio sociale” il protagonista del movimento del ‘77, non più l’operaio massa del ‘68, ma il giovane semioccupato o precario, che non ha nessun motivo di sentire attaccamento al lavoro, perché il lavoro occasionale non consente nessuna “garanzia”. Il movimento del ‘77 ha due anime: una creativa (da ciò il famoso slogan “la fantasia-creatività al potere”), ironica, beffarda, che si incarna soprattutto nell’ala bolognese, e un’altra cupa e nichilista (alquanto violenta), che prende corpo soprattutto a Milano e a Roma. L’università viene vista “come luogo di ricomposizione e di lotta di un proletariato disperso, che proprio per il carattere saltuario e precario dell’occupazione non è in grado di darsi luoghi diversi e autonomi di ricomposizione”. 17 febbraio La rottura tra studenti e PCI diventa sempre più netta: il segretario della CGIL Luciano Lama tiene un comizio all’Università di Roma (ormai occupata da settimane) per “riportare l’ordine”. A questa provocazione del PCI gli studenti rispondono contestandolo con urla, fischi e slogan ironici. La situazione degenera quando il servizio d’ordine del sindacato carica gli studenti: questi rispondono e cacciano Lama dall’Università. 25 febbraio Berlinguer accusa il movimento studentesco di “diciannovismo”, orrendo neologismo per accusare il Movimento di essere oggettivamente fascista. 26-27 febbraio A Roma riunione del coordinamento nazionale degli studenti universitari. Il caos è totale, non si sa chi è delegato e chi partecipa a titolo personale, tutti comunque hanno diritto di voto, chi interviene deve sormontare i fischi, i cori, gli slogan, le urla. Le femministe e gli “indiani metropolitani” abbandonano l’assemblea denunciando “l’allucinante clima di violenza e prevaricazione che non consente di esprimere i contenuti del Movimento”. 2 marzo A Torino durante un’assemblea alcuni studenti della FGCI vengono aggrediti dagli Autonomi. 3 marzo Sempre a Torino il PCI, come risposta ai fatti del giorno precedente, attacca col proprio servizio d’ordine gli studenti davanti alla scalinata dell’università. Venerdì 11 marzo 1977 A Bologna alcuni studenti di Lotta Continua (LC) vengono scaraventati fuori da un’assemblea di Comunione e Liberazione (CL), arrivano i loro compagni a dare manforte, ma arriva anche la celere che fa una carica per via Irnerio. Inevitabile reazione degli Autonomi, lancio di sassi, lacrimogeni, poi, all’incrocio tra via Irnerio e via Mascarella, un carabiniere ausiliario (?) spara e colpisce Lorusso che muore poco dopo. La città è sconvolta, mai a Bologna la lotta politica era arrivata a un tale livello di violenza. La rabbia per l’omicidio esplode subito: gli studenti distruggono le vetrine dei negozi di lusso, occupano la stazione, assaltano la sede della DC (Democrazia Cristiana), la libreria di CL “Terra promessa”, due commissariati di polizia e l’ufficio del Resto del Carlino, poi si rifugiano nella zona universitaria occupandola per tre giorni. Saranno sgombrati dai carri armati richiesti dall’amministrazione comunale PCI (Sindaco Zangheri) e inviati (con solerzia) dall’allora ministro dell’Interno Cossiga (KoSSiga). A Bologna il PCI, gridando che la guerriglia urbana era sostenuta da agenti della CIA, risponde alle richieste degli studenti con mano dura. Per combattere questo “complotto” il PCI si fa più che mai partito d’ordine, scatenando una vera e propria caccia alle streghe contro gli studenti del Movimento. Alcuni magistrati applicano sollecitamente la teoria del “complotto”, cercandone prove, che non trovano, essendo il Movimento, quello bolognese in particolare, estemporaneo e refrattario all’organizzazione. Comunque, nei mesi seguenti, necessitando dei capri espiatori, a Bologna il giudice Catalanotti arresta decine di aderenti al Movimento con l’accusa di aver organizzato il “complotto” di marzo. A Padova il procuratore Calogero arresta docenti e studenti di Scienze Politiche, inoltre vengono perquisite le case editrici Area, Erba Voglio e Bertani, arrestando quest’ultimo editore. Facendo un passo indietro, il 10 marzo 1977, dopo un ‘foglio di via’ appioppatomi tre giorni prima a seguito dell’occupazione del DAMS, dove studiavo, e la diffida di non rientrare in città per tre mesi, venni fermato, assieme a Mario Missiroli (di Massa Lombarda di Ravenna e già mio compagno di classe al Liceo Classico di Lugo di Romagna), in Piazza Maggiore a Bologna da due poliziotti in borghese (infiltrati). Entrambi ventenni, militavamo nel FAI (Federazione Anarchica Italiana). Pistola alla mano, i ‘pulotti’ ci perquisirono gli zaini e trovarono due “armi improprie”, una mazza chiodata e una chiave inglese del 42. Portati in Questura, non senza che prima scoppiasse un tafferuglio tra alcuni Autonomi e altri agenti della PS al fine di farci scappare, registrati, venimmo portati in velocità al carcere di San Giovanni in Monte e lì passammo, in stato di fermo, senza poter contattare i nostri famigliari o un avvocato, tre giorni e due notti in una cella comune (il “camerone”) dove eravamo stipati in circa 70 (Autonomi, gruppettari, neofascisti etc.), in attesa che un magistrato c’interrogasse (nulla è successo in cella, visto che, come diceva Pasolini, “il carcere accomuna e unisce gli estremi in una sorte condivisa”). Solo il 13 marzo, già messa la città al sacco dall’Autonomia e ripristinato l’ordine dalla forza pubblica, fummo ascoltati dagli inquirenti. Missiroli ed io venimmo rinviati a processo per direttissima (a seguito della Legge Reale riguardante il terrorismo e la detenzione d’armi proprie e improprie) e ci beccammo, difesi da un avvocato d’ufficio, un anno e sei mesi senza condizionale perché ‘recidivi’ (giocò anche il foglio di via e la diffida che ci eravamo entrambi presi il 7 marzo… diffida non rispettata). Fu una vera e propria azione di ‘castigo’. Costretti agli arresti domiciliari in attesa del processo di secondo grado (io a San Lorenzo di Lugo, ‘Missile’ a Massa Lombarda) ogni giorno dovevamo andare a firmare l’atto di presenza presso le caserme dei carabinieri poste nei nostri territori di residenza. Mio padre, a seguito dei suoi trascorsi come informatore militare (fu Croce al Merito della guerra partigiana – militava in Giustizia e Libertà) durante la II Guerra Mondiale, si interessò presso il Comando dell’Arma di Bologna al fine di togliermi dalle rogna. I carabinieri suggerirono a mio padre di convincermi a partire volontario nell’esercito, al fine di scontare, tramite l’impegno in ambito militare, il mio debito con lo Stato (visto che non c’era alcuna speranza di poter ribaltare in seconda istanza il verdetto già pronunciato in prima… così che a vent’anni mi sarei trovato a dovermi gestire un anno e sei mesi di galera e punto). Nel maggio 1977 partii volontario, feci il CAR ad Alberga, Caserma Turinetto, poi venni assegnato a Genio Guastatori, caserma Rossani di Pavia, ma non bastava, i carabinieri dissero che dovevo fare domanda per un corpo operativo e che poi ci avrebbero pensato loro. Inoltrai richiesta per essere assegnato al Battaglione San Marco (l’alternativa potevano essere i parà o i bersaglieri assaltatori della Legnano). Venni, ovviamente, accettata. Partii per Brindisi. A seguito, e per farla breve, fui reclutato dai Servizi d’Informazione Militari e fui addestrato da Agenti CIA-NATO presso le basi di Vicenza e Verona. Poi venni messo ‘in sonno’ presso il Distretto Militare di Forlì, pronto a qualsiasi chiamata… ed iniziò, così, la mia Legione Straniera. 5 i richiami: Bomba di Bologna 1980, Guerra in Libano ’82-’83, missione a Praga nel 1989, Guerra nella exJugoslavia 1994, Serbia 2000. Ne uscii con la fedina penale immacolata, ma il prezzo pagato fu altissimo.
Il ‘77… “l’approssimazione al potere”, non “la fantasia-creatività al potere”. Ultimo canto del cigno. Ultimo strascico del ‘68, Ultimo rigurgito violento di una rabbia (più o meno ideologizzata) che, sotto la cenere, covava e cova. Il disicanto e la delusione. I Poteri Forti sempre al loro posto e più agguerriti di prima. Gli “anni di piombo”, il terrorismo di opposta matrice, le stragi di Stato, le ingerenze americane nella nostra politica interna, una società ancora minata da mille ingiustizie e mille ipocrisie, i ‘pupilli’ di chi allora governava in Italia al posto dei loro ‘mentori’, la P2, le ‘mafie’ e via così. Nulla di nuovo sotto il sole. Che altro aggiungere? Come sempre una sinistra frammentata e, oggi, sempre più a caccia di sedie. Una destra che stette al balcone a guardare, visto che il tutto si autoneutralizzò nel proprio ‘fanatico’ bisogno di imporsi, di essere protagonisti a tutti i costi. L’assenza di un progetto. Giovinezze allo sbaraglio. L’entrata dell’eroina. Metà dei miei amici di allora morti causa ‘pere’, vita spericolata, suicidi, Aids. La decimazione in nome di una idea di società oltremodo nebulosa… in nome di un’utopia (considerato il clima politico assolutamente non favorevole per la riuscita di una ‘rivoluzione’). Sbando generale. Estemporaneità. Politica e malavita (micro e anche macro) spesso in connessione-collusione. Morte, ‘paranoia’, ‘sfiga’, ansia… un forsennato turbine di ansia, di angoscia. Una “guerra civile” partita nel 1943 che perdurava e che ancora perdura nel nostro Paese assumendo mille volti e mille connotazioni… mille sfaccettature diverse. Una Nazione ancora divisa perché mai vuole fare i conti col proprio passato… perché si trascina nel suo passato. Poi cosa se ne può capire di Massimi Sistemi e di Politica Reale a vent’anni. Si vive di emozioni, di urti, di giuramenti, di promesse, di illusioni.
Epilogo - 12 marzo 1977 A Roma scontri durissimi tra studenti e polizia, sparano sia la polizia che frange dell’Autonomia. Per miracolo non ci scappa il morto. Vengono saccheggiate due armerie ed attaccate l’Ambasciata del Cile (nazione in cui vigeva la dittatura militare di Pinochet) e la sede del Popolo. A Milano un corteo assalta l’Assolombarda. A Bologna la polizia fa irruzione a Radio Alice (megafono del Movimento), chiudendola manu militari in diretta. 16 marzo A Bologna il PCI reagisce ai disordini avvenuti nei giorni precedenti organizzando una contromanifestazione unitaria, insieme alla DC, “per fermare la violenza”. La tesi del PCI è che a Bologna e in Italia sia in atto un “complotto” (e ancora questa parola venne fuori) per affossare il Compromesso Storico (a cui stavano lavorando Berlinguer e Moro), provocando una frattura fra il PCI e la DC. Aprile-maggio 1977 Si avvia la formazione di Democrazia Proletaria: il 5° congresso di AO, in aprile, decide di unificarsi con la sinistra del PDUP e con la Lega dei Comunisti (organizzazione sorta da Potere Operaio della Toscana e Unità Operaia di Roma) per dare vita al Coordinamento di Democrazia Proletaria (DP). A sua volta la sinistra del PDUP, nella sua assemblea nazionale in maggio, accetta il processo di unificazione. La maggioranza del PDUP e la minoranza di AO mantengono invece la sigla PDUP per il Comunismo. Dopo un tormentato processo di scissioni e riagregazioni, i maggiori gruppi della nuova sinistra sono così polarizzati in due formazioni: una, il PDUP per il Comunismo, che vuole premere sul PCI perché abbandoni il Compromesso Storico e persegua l’alternativa di sinistra, un’altra, appunto Democrazia Proletaria (capitanata da Capanna e Russo Spena), che vede il PCI ormai indisponibile ad una linea di alternativa e che persegue l’obiettivo politico di opporsi alla “normalizzazione” della società. Questo significa che DP deve avere come linea politica il sostegno e la promozione delle lotte sociali (dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, delle donne), mentre i riferimenti ideologici sono il marxismo rivoluzionario, antistalinista e libertario. 21 aprile La polizia interviene per sgombrare l’Università di Roma. Ne seguono scontri in cui gruppi di autonomi sparano contro la polizia e uccidono l’agente Passamonti. 22 aprile Il governo proibisce ogni manifestazione pubblica a Roma per un mese. 29-30 aprile A Bologna secondo coordinamento nazionale degli studenti universitari. Il clima è un po’ meno caotico di quello della prima assemblea, e alla fine viene approvata una mozione che afferma che il Movimento deve rifiutare sia lo scontro con l’apparato militare dello Stato sia il ritagliarsi uno spazio all’interno delle istituzioni del movimento operaio. Il Movimento si considera una componente dell’opposizione di classe e perciò si oppone al Compromesso Storico. Riguardo alla questione della violenza, la mozione afferma che non si può far finta che non esista il problema della repressione e dell’aggressione poliziesca, ma l’autodifesa deve divenire di massa, non demandata ai servizi d’ordine. Passa la mozione di coloro che vogliono radicalizzare lo scontro, affermando che “nessuno deve permettersi di andare contro le decisioni e la volontà collettiva delle assemblee”, ma nello stesso tempo “il Movimento non fa scomuniche e non accetta la criminalizzazione di nessuna sua componente, neppure di quella armata”. Anche la mozione di minoranza ha una posizione analoga riguardo alla questione della violenza e dell’autodifesa “il Movimento rivendica il diritto a manifestare… e ribadisce la legittimità dell’autodifesa di massa, afferma che non accetta in nessun modo la logica delle azioni armate minoritarie che, oltre a prevaricare la democrazia e l’autonomia del movimento, lo indeboliscono, facilitando le manovre della DC, avvallate dal PCI, tese a stroncarlo nella repressione più dura (è, ancora una volta, il richiamo a una rivoluzione di massa e non a singoli atti di guerriglia-terrorismo, i quali, però, non vengono demonizzati)”. Maggio A Firenze si costituisce il “comando nazionale” di Prima Linea, la più importante organizzazione armata dopo le BR (Brigate Rosse), che aveva già iniziato le prime azioni alla fine del ‘76. La linea politica e il modello organizzativo di PL sono profondamente diversi da quelli delle BR. PL non nasce dal filone “insurrezionalista” del PCI ma all’interno della nuova sinistra, e non assume come modello un leninismo militarista di marca terzinternazionalista, ma privilegia uno stretto rapporto coi Movimenti. I militanti di PL non sono clandestini, ma svolgono attività politica nei Movimenti, e solo l’attività armata è clandestina. Esistono poi “ronde” o “squadre”, organizzate da PL, ma composte da giovani anche inconsapevoli di essere organizzati da PL, che firmano gli attentati con le più svariate sigle. 12 maggio A Roma la polizia aggredisce la manifestazione organizzata dai Radicali nella ricorrenza della vittoria sul divorzio. Una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, rimane uccisa da un colpo alla schiena, mentre fuggiva. 14 maggio A Milano scontri tra Movimento e polizia. Frange dell’Autonomia sono in piazza armate, sparano e uccidono l’agente Custrà. Luglio A Parigi viene pubblicato un manifesto di intellettuali francesi contro la repressione in Italia, firmato anche da Sartre, Foucault e Guattari. Il manifesto vede la repressione come conseguenza del Compromesso Storico, che ha determinato “da un lato un sistema di controllo repressivo su una classe operaia e un proletariato giovanile che rifiutano di pagare il prezzo della crisi del capitalismo, dall’altro il progetto di spartizione dello Stato con la DC (banche ed esercito alla DC; polizia, controllo sociale e territoriale al PCI) per mezzo di un reale partito ‘unico’; ed è contro questo fatto che - secondo gl’intellettuali francesi - si sono ribellati i giovani proletari e gli studenti”. Sulla base di questo manifesto viene indetto un convegno “contro la repressione” a Bologna in settembre. 28 agosto Nasce il Movimento Antinucleare con una manifestazione a Montalto di Castro. Il piano nucleare, che prevede la costruzione di 4 centrali e di altre 4 in caso di necessità, per evitare deficit energetici, sarà comunque approvato in Parlamento il 5 ottobre, con l’astensione del PSI e col voto favorevole del PCI. 23-25 settembre A Bologna si svolge il convegno “contro la repressione”. Il PCI, da parte sua, accetta come una sfida che il convegno si svolga a Bologna: nella propria città-vetrina vuole dimostrare che tutti hanno diritto di parola, e che la sua buona amministrazione può garantire tutti i servizi logistici necessari: pasti a prezzo politico, trasporti, campeggi, toilettes per i 200.000 giovani che arrivano da tutta Italia. Del resto il PCI ha ormai abbandonato la teoria del “complotto” e successivamente molti dirigenti del PCI riconosceranno che il partito non ha affrontato convenientemente il Movimento del ‘77: Occhetto, allora responsabile del PCI per la scuola, propone di avviare una discussione franca con chi la pensa diversamente “anche in modo radicale”. D’Alema, segretario della FGCI, afferma che “bisogna capire le ragioni di fondo del movimento del ‘77”, Chiaromonte afferma che il PCI è “in notevole ritardo”, Mussi riconosce che il PCI non può essere “pregiudizialmente ostile a quei fenomeni di società radicale che nascono dalla crisi del principio di autorità”. Berlinguer, nel comizio di chiusura della Festa dell’Unità a Modena il 18 settembre, aveva dichiarato che “non saranno certo dei poveri untorelli a spiantare Bologna”, il che voleva significare, oltre alla conferma di uno scontato giudizio negativo sul Movimento, anche l’accettazione della “sfida” di accogliere il convegno a Bologna. Al convegno sono presenti tutte le componenti del Movimento: dall’Autonomia più dura ai partiti della nuova sinistra, agli “indiani metropolitani”. Le componenti più politicizzate si confrontano o, meglio, si scontrano, a volte anche fisicamente, nel corso dell’assemblea al Palazzetto dello Sport. Ogni componente partecipa con molto settarismo e pochissima disponibilità al confronto. I vari spezzoni dell’Autonomia si alleano e “espellono” le altre componenti considerate la destra del Movimento: prima il MLS (Movimento Liberale Sociale), poi AO e infine LC. L’assemblea dimostra l’incapacità del ceto politico del Movimento di darsi delle prospettive politiche. Più interessante è l’esperienza vissuta dalle migliaia di giovani che nelle strade di Bologna praticano varie forme di animazione, di teatro di massa, di controcultura, diffondono le decine di riviste e di fogli del Movimento. La divaricazione tra l’aspetto politico e quello culturale è netta. Il Movimento del ‘77 politicamente finisce a Bologna, incapace di decidere cosa fare, mentre la sua eredità culturale sarà ben più cospicua, e darà vita a riviste come il Male, oppure a gruppi come gli Skiantos, che avranno come segno distintivo l’ironia beffarda e la critica satirica. Anche la critica alle forme tradizionali del far politica, la tensione libertaria e la scoperta dell’ecologia e dell’antinuclearismo rimarranno come (seppur minime) eredità del Movimento. 23 novembre 1977 A Roma ciò che resta del Movimento del ‘77 infine si divide sulla decisione di partecipare o meno alla manifestazione nazionale dei metalmeccanici indetta per il 2 dicembre. I partiti della nuova sinistra sono per partecipare al corteo del sindacato coi propri contenuti, mentre gli Autonomi vogliono una manifestazione alternativa. L’assemblea finisce con una spaccatura: l’Autonomia rimane a Giurisprudenza e decide di indire una manifestazione separata, i partiti della nuova sinistra, le femministe e parte di Lotta Continua si riuniscono nell’aula magna.

E sono passati solo 30anni!

Categorie: attualità · letture

36 risposte finora ↓

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 13, 2007 a 1:32 pm

    GianRuggero, grazie mille per questa testimonianza che aspettavo, e che ci porta a discutere, o per lo meno a leggere, a ricordare il ‘77 con gli occhi di chi vi ha assistito e partecipato, dentro quello che in questi giorni è il dibattito storico/culturale (non esente da malinconismi) più gettonato sui quotidiani. Ci sono forse alcune incoerenze nella datazione, intorno ai mesi di febbraio e marzo, ma le mettiamo a posto. Mi ha fatto piacere che tu abbia citato il discorso dei rimasugli della guerra civile, aspetto sul quale mi ero soffermato intorno al problema della legalità, ma che mi trova sostanzialmente d’accordo: almeno per quanto riguarda l’incapacità italiana a guardare al proprio passato in un’ottica di rielaborazione che superi gli antagonismi radicali e le opposizioni muro contro muro. Se non altro con il ‘77, un po’ di lavoro si sta facendo.

  • Luca Ariano // Marzo 13, 2007 a 2:06 pm

    Mi unisco al rinagraziamento di Massimo. Che stupendo racconto di vita. Me lo sono stampato e letto avidamente. Hai mai pensato Gian Ruggero di scrivere un romanzo su quegli anni? Non per forza autobiografico: diciamo ambientato nel periodo? Mi astengo dal commentare perchè non avendo vissuto quel periodo rischierei di scivolare nelle ovvietà e nelle banalità. Periodo storico che mi ha sempre comunque molto incuriosito e affascinato. Visto l’epilogo davvero tragico!
    Un caro saluto

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 13, 2007 a 2:30 pm

    Condivido con Luca la passione, più che la curiosità, per quel periodo in cui non avevo che 4 anni: sento però, come per altre parti della nostra Storia, che in quei tempi abbiamo disseminato pezzi della nostra cultura e della nostra identità (non necessariamente rompendo e frammentando) che dovremmo cercare di recuperare e riportare alla conaspevolezza, storica e umana. Per cui, se potessi, se sapessi, lo scriverei io un romanzo così.

  • gian ruggero manzoni // Marzo 13, 2007 a 2:53 pm

    @ Massimo, cronologicamente aggiusta tu se vedi una qualche imperfezione, del resto io ho vissuto Bologna, non Roma, Torino e Milano e 30anni sono passati… anche se pochi-anche se tanti (sembra di parlare di secoli fa, per quel che riguarda certe dinamiche; di oggi per come la storia vichianamente si ripeta, seppure in altre accezioni ’sfumanti’ e ’sfumate’).

    @ Luca, già hanno scritto Palandri, Tondelli, Lolli, Berardi ‘Bifo’ e altri… non saprei cosa aggiungere. Sarebbe interessante, cmq, andare a fondo sul come i Servizi, italiani e non, abbiamo interagito con le varie componenti in campo. Questo sì. Cioè fino a che punto lo Stato (o i Poteri cosiddetti Forti) abbiano influenzato gli eventi. Si può ipotizzare… si può, al limite, dedurre… ma, ancora, tutto è secretato e chissà quando si potrà mai fare chiarezza - se mai si farà. Ad esempio, in via Mascarella, quando cadde Lorusso, furono più di una le armi che fecero fuoco contro gli Autonomi (sui muri, i segni dei molti proiettili sparati ad altezza d’uomo furono visibili per alcuni giorni a seguire, poi vennero cementati e via con la vernice sopra, così da farli sparire - lo stesso, e pochi lo dicono, è che assieme a Lorusso altri 3 furono feriti a Porta Mascarella in quella circostanza, seppure lievemente; e anche questo aspetto fu insabbiato a breve; così come si dice che non fu un carabiniere ausiliario a fare fuoco perché in preda al panico o perché gli scattò l’arma, ma un graduato, un capitano, al quale, i buoni, attribuiscono lo scatto accidentale dell’arma; i cattivi, invece, affermano che il graduato sparò intenzionalmente; fatto sta che la colpa se la prese il carabiniere di leva, e il processo procedette in quel senso, seppure le molte testimonianze contrarie… testimonianze per lo più considerate dagli inquirenti come faziose, perché sostenute da membri dell’Autonomia. Infine esiste un’altra versione, anche questa più volte sostenuta in fase porcessuale, a seguito della morte di Lorusso, cioè che furono 3 a sparare verso i dimostranti; individui in borghese, viso coperto dal passamontagna e sbucati da una viuzza laterale via Mascarella, i quali si andarono a posizionare tra il fronte degli Autonomi e il fronte dei carabinieri, cioè in mezzo ai due schieramenti, schiena ai carabinieri, quindi, scaricate le armi, si dileguarono nelle viuzze di quel quartiere, fantasmi nell’apparire come nello sparire… e via così - io non posso dire alcunché riguardo la versione più vicino al vero, perché là non c’ero, visto che ero già in galera da un giorno, ma so per certo che la dinamica dei fatti non è stata così semplice come ce l’hanno voluta fare credere… io propendo per la versione del fuoco intenzionale e del numero maggiore di armi nel fare fuoco).

    Ma poi perché l’ausiliario o il capitano dei carabinieri avrebbe dovuto avere la pistola in mano?

  • Pasquale Giannino // Marzo 13, 2007 a 4:15 pm

    Gian Ruggero, dipingi del ’77 un quadro realistico forte, crudo, impietoso. Davvero permetti a chi di quell’anno non ha ricordi diretti di vederlo, sentirlo… viverlo. E non si può rimanere indifferenti dinanzi al caro prezzo che hai dovuto pagare… per non aver commesso il fatto. È interessante poi il tuo rimarcare che i due attori principali del compromesso storico – DC e PC – erano considerati come due facce della stessa medaglia, secondo il linguaggio di allora: l’imperialismo delle multinazionali… Personalmente mi ha colpito il riferimento alle “forme di animazione, di teatro di massa, di controcultura…”, del tutto in linea col mio modo di intendere la “protesta” e che rimpiango di non aver vissuto. Io però vorrei azzardare qualche considerazione sull’intero periodo storico. Da quanto ho potuto leggere e ascoltare in questo momento di ricorrenze “libertarie”– consentimi la semplificazione –, oltre a ciò che hai efficacemente ricordato, quelli che gli studiosi ci hanno consegnato col marchio “anni di piombo” appaiono caratterizzati da un numero impressionante di omicidi e gambizzazioni, compiuti verso obiettivi istituzionali scelti accuratamente da coloro che ritenevano di dover perseverare nelle pulsioni rivoluzionarie “tradite” dalla Resistenza; e, sull’altro fronte, dalle cosiddette stragi di Stato, tentativi di golpe che sarebbero degni della migliore commedia all’italiana se non fosse per i macabri scenari che li contornavano… ogni genere di destabilizzazioni perpetrate al fine di imprimere uno scossone reazionario e soffocare definitivamente l’avanzata del pericolo rosso (si era in piena guerra fredda…). Questi sono i due fronti contrapposti per come ci vengono raccontati, dopodiché ci si può costruire sopra tutta l’ideologia o la teoria che si vuole. Ma, è noto, in prima linea non vanno i generali né tanto meno gli ideologi… Ciò che più mi ha impressionato di quel periodo, è lo sconcertante numero di ragazzi giovanissimi – molti neppure ventenni – che persero la vita sui campi di battaglia. Cosa può spingere un ragazzo, un liceale, a uccidere un suo coetaneo solo perché ha idee politiche diverse dalle sue? Cosa può indurlo a rischiare di perdere egli stesso la vita? D’accordo, quei ragazzi possono anche essere stati oggetto di strumentalizzazioni e intrighi internazionali – e di questo da qualche tempo si sta iniziando a parlare, per quanto molte sfumature siano ancora da chiarire – ma cosa può indurre un’intera generazione di giovani a perdere la vita in quel modo, gli uni contro gli altri… a bruciarsi per un ideale? A mio parere c’è qualcosa di più profondo che i sociologi, più che gli storici, dovrebbero indagare. E mi domando – accantonati per un attimo le ideologie, il contesto politico e le ambizioni-velleità rivoluzionarie o reazionarie – c’è molta differenza fra le ragioni psicologiche di quei giovani e quelle che inducono alcuni loro coetanei del nostro tempo a gettare i sassi dal cavalcavia o a massacrare i loro genitori? E ancora, ci sono differenze sostanziali fra quei giovani e i kamikaze palestinesi che si lasciano esplodere nelle discoteche?

    Un caro saluto.
    Pasquale

  • Sandra Palombo // Marzo 13, 2007 a 4:21 pm

    Nel leggere affiorano i ricordi di fatti non vissuti, ma che sono ugualmente vividi nella memoria, la nascita del PDUP, la legge sull’aborto, Luciano Lama sindacalista, Pierre Carniti, Lotta continua, Prima Linea e quelli avvertiti sulla pelle come la tensione palpabile che aleggiava alla stazione di Pisa quando arrivavo al mattino per andare in facoltà.
    I poliziotti fermavano chiunque avesse una barba incolta e… c’era tanta paura, la paura, soprattutto di viaggiare in treno. I passeggeri osservavano con occhio preoccupato qualsiasi bagaglio dimenticato sopra le reti degli scompartimenti e se un treno si fermava in aperta campagna il cuore batteva più forte.
    Guardavo tutto con occhi da isolana e non è niente in confronto a quello che hai passato tu, Gian Ruggero, però ero affascinata da tante idee di uguaglianza sociale, dai giornalini stampati con il ciclostile che gli studenti diffondevano con costanza e nei quali spiccava in prima pagina il disegno di una stella a cinque punti o una luna o un martello.
    Ricordo i collettivi femminili e femministi, le nostre autocritiche, il nostro raccontarsi anche in provincia, che ha dato vita a amicizie durate negli anni. La sensazione di libertà a uscire di sera senza fidanzati , mariti, compagni. Le cene a parlare dei nostri mondi.
    E poi, ancora ricordo, il muro tra cristiani e comunisti , ma anche le prime comunità di base, l’animazione teatrale nelle scuole, il programma Tv “Si dice donna “ di Tilde Capomazza , le Messe beat al mio paese e la Badia Fiesolana con Padre Balducci che predicava tenendo gli occhi chiusi.
    Arrivò infine la morte di Moro a freddare il fermento e a fermarlo.
    Le idee sane vennero storpiate e strumentalizzate, non dagli studenti lavoratori, non dalla loro voglia di riscatto sociale, avvertiì la sensazione di avere di fronte poteri oscuri che impedivano ai movimenti di essere protagonisti del loro tempo.
    A distanza di trent’anni, mi chiedo dove abbiamo sbagliato noi donne nella nostra battaglia per ottenere la parità riconoscendo la differenza di genere, se il risultato è quello che vediamo oggi e
    dove hanno fallito i politici. Eppure esistevano valori e idee da concretizzare, ma ho un dubbio, grande. Che ai politici, con poche eccezioni, interessasse solamente il potere e non le richieste dei movimenti e delle donne. Non si può spiegare altrimenti il declino in picchiata verso l’appiattimento totale in cui viviamo oggi che sta portando, tra l’altro, parte di giovani e non giovani a ricercare in filosofie e religioni lontane dalla mentalità occidentale quegli stessi valori spirituali o sociali che nel ’70 i movimenti hanno cercato di diffondere.

  • Luca Ariano // Marzo 13, 2007 a 4:47 pm

    Ecco Gian Ruggero, io per esempio le due versioni su Lorusso non le conoscevo. Conosco il fatto a grandi linee. La cosa però non mi stupisce. Cosa in Italia è chiaro? Dove non c’è mistero? Mi riferisco a tutta la storia italiana dal ‘43 fino quanto meno alla fine degli anni ‘80 ma poi si potrebbe andare oltre. Un romanzo inchiesta sarebbe molto interessante. Lascio spazio a chi l’ha vissuto e leggerò con piacere altre testimonianze…
    Un caro saluto

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 13, 2007 a 7:03 pm

    Ho aggiustato la data del 13 marzo, che prima era citata come 13 febbraio: credo sia giusto marzo, dato che il 10 eravate stati fermati. Se è così, la cosa curiosa è che per quella data (mi sembra abbastanza centrale nella tua vicenda) cadono 30 anni esatti oggi. Sono rimasto incuriosito ed appassionato anche dalle testimonianze di Pasquale Giannino e di Sandra Palombo: rivivere i ricordi di quel periodo, per me che sono “cultore” (ma la parola è brutta), appassionato di storia recente del secondo dopoguerra, è davvero emozionante: anche quelli meno direttamente coinvolti nei fatti più eclatanti. A volte mi chiedo come mai avrei voluto vivere quei momenti storici, pur sapendo, conoscendomi, che sarebbero stati per me molto difficili da affrontare: per il ‘68 e altri momenti della storia italiana è lo stesso. Eppure me li sento appartenere, come se sapessi che sono parte di un patrimono di storia e cultura che nel bene o nel male mi ha formato. Spesso la mia riflessione si volge sul “cosa se”: cosa se le cose fossero andate diversamente, se si fosse stati capaci di agire diversamente o forse davvero solo cosa se ci fossi stato. E questo, lo so, non è storia.

  • franca m. // Marzo 13, 2007 a 9:14 pm

    E’ bello quello che dici, caro Massimo: …’me li sento appartenere… nel bene o nel male…’ E la tua riflessione sul “cosa se” mi fa pensare al rammarico di non ‘esserci stato’ (non importa dove, non importa quando). Nelle tue parole colgo la voglia di aver potuto cambiare le cose ‘nel bene o nel male solo ’se ci fossi stato’. ripensi ai momenti storici di cui parli con affetto e pur non appartenendovi cronologicamente, rivendichi il tuo forte senso di appartenenza. Non pensi che in fondo, proprio per la tua età, hai assorbito alcuni aspetti della cultura di riferimento, con il distacco dell’età? Mi piacerebbe saper come avresti agito solo ’se ci fossi stato’ a partire dal ‘68, (momenti che, come te ‘me li sento appartenere’ e forse mi hanno formata ‘nel bene o nel male’). Comunque adesso ‘ci sei’ e rispetto alla tua età penso che, in questo campo, stia agendo come avresti voluto ’se ci fossi stato’, o no? :-) Un caro saluto franca m.

  • claudio damiani // Marzo 13, 2007 a 10:16 pm

    ‘Una “guerra civile” partita nel 1943 che perdurava e che ancora perdura nel nostro Paese assumendo mille volti e mille connotazioni… mille sfaccettature diverse. Una Nazione ancora divisa perché mai vuole fare i conti col proprio passato… perché si trascina nel suo passato.’
    Sono d’accordo. E’ ora che cominciamo a fare i conti con il nostro passato. Che cominciamo a confessare tutte le nostre colpe.
    Claudio Damiani

  • Enrico Cerquiglini // Marzo 13, 2007 a 10:19 pm

    Ho letto con molta attenzione e, non posso negare, emozione lo scritto di Gian Ruggero Manzoni. Attenzione perché in quell’anno, a 15 anni, cominciavo a partecipare alle prime manifestazioni in un clima di euforia, paura e coraggio, quasi con la certezza che si stesse scrivendo un capitolo di storia importante. L’emozione è dovuta ai trent’anni passati da quell’adolescenza che sembrava avesse un senso.
    Ho letto nei commenti che qualcuno paragona i ragazzi del ‘77 ai giovani che gettano sassi dai cavalcavia e, devo dire, mi sono sentito quanto meno offeso - solo per un attimo, però. Si voleva cambiare la realtà e, al di là degli eccessi che hanno portato agli scempi degli anni successivi, si credeva che fosse nelle possibilità di un popolo scegliere la propria strada. Probabilmente si era solo ingenui, non avevano/mo capito che il potere è in grado di rinsaldarsi quando viene messo seriamente in discussione. Si è sbagliato molto, troppo. Ma una cosa era ben chiara: il PCI e la DC erano i due aspetti del medesimo potere capitalistico e liberista. Gli anni successivi, oltre gli stravolgimenti planetari, ce ne hanno fornito la prova e continuano a fornircela gli anni odierni.
    Qualcuno credeva che, come durante la Resistenza, rischiare la propria vita fosse un dovere morale, un immolarsi per le generazioni future, sognando che un giorno le formiche avrebbero comunicato alle loro ossa rose dalla morte l’avvenuto cambiamento rivoluzionario.
    Non so, non so più se i morti delle varie manifestazioni oggi vengano considerati dei pazzi o dei poveri cristi che in epoca diversa avrebbero gettato massi dai cavalcavia o delle persone che meritano tutto il rispetto della memoria. Si parla di vite spezzate: di manifestanti, di poliziotti, di gente comune saltata in aria negli anni successivi in stazioni, gallerie, piazze e di politici, sindacalisti, intellettuali vittime del terrorismo… La morte è troppo per tutti e merita grande rispetto.
    Non so se oggi qualcuno sarebbe disposto a dare la propria vita per le generazioni future, probabilmente oggi prevale l’idea che bisogna vivere a tutti i costi, in nome di un Io che non conosce plurale.
    Pietà per tutte le vittime ma che si dica che nel 1977 e negli immediatamente successivi c’era davvero la speranza di un possibile cambiamento. A noi oggi resta qualche illusione privata - sempre meno con il passar degli anni - e l’angoscia di vedere generazioni senza speranze, se non quella di partecipare, magari in diretta televisiva, all’Apocalisse climatica.
    Chiedo scusa per essermi dilungato

    Enrico Cerquiglini

  • Gian Ruggero Manzoni // Marzo 13, 2007 a 11:52 pm

    @ Massimo. Hai fatto bene a ritoccare il pezzo, e se vedi altri errori procedi. Io, del resto, quando scrivo di queste cose (e sai che solo da poco ho iniziato a fare luce e a riappropriarmi della luce) mi sento, ancora, molto coinvolto. Hai ragione. Trent’anni fa, oggi… ieri, visto che la mezzanotte è passata, mi veniva confermato il fermo, mi si affidava alla giustizia degli uomini e la mia vita prendeva un’altra strada. 13 marzo 1977, il giudice che allora mi interrogò e mi ascoltò si chiamava Ugo Versari. E’ morto 5-6 anni fa. Negli anni a seguire ebbi modo di reincontrarlo, a Milano Marittima, un’estate, là dove passava le vacanze. Era il 1990 0 91. Riconosciutolo seduto a un bar, ebbi la sfacciataggine di avvicinarmi e di presentarmi. Lui non si ricordava di me. Era con la famiglia. Dopo un primo momento di imbarazzo e, forse, da parte sua, anche di paura, visto che non ci misi molto a dirgli che era stato lui a rinviarmi a processo, m’invitò a sedermi. Lo feci e, dietro sua insistenza, gli raccontai di me. Abitava a Bologna. Ho appreso della sua scomparsa da Missiroli (ora imprenditore di successo - a Missiroli, che ricorse in appello, venne abbonata un bel po’ di pena perché accettò di lavorare nei Servizi Sociali di Pubblica Utilità… si dice così?) … dicevo, ‘Missile’, per un altro giro giroso della vita, se lo trovò in tribunale, sempre negli anni ‘90 (poco prima che il magistrato andasse in pensione) quale giudice in un processo intentato da lui nei confronti di alcuni nomadi che gli avevano rubato l’auto a Bologna. Dal banco degli accusati a quello dei lesi il passo è breve, così come viceversa :-)
    I se e i ma? Beh, Massimo, sono concessi. Del resto la storia (passata) non è fatta coi se e coi ma, e si sa, però, coi se e coi ma si può analizzare il presente e tentare di non sbagliare nel futuro. I se e i ma fanno parte dell’analisi, dell’ipotesi, del considerare, per il futuro, tutte le possibili varianti, le possibili conseguenze che da una scelta possono derivare. Avendoti conosciuto solo una volta di persona, Massimo, ma più volte tramite quel che scrivi, posso azzardare che gente come te, allora, avrebbe limitato certi danni… di sicuro non si sarebbe trovata con una spranga in mano, ma con la giusta parola in bocca credo di sì. E una parola, anche allora, contava, sebbene la caciara e i deliri.

    @ Franca. Il tuo commento va a rafforzare quel che ho detto pocanzi. Grazie.

    @ Claudio. Condivido appieno. Sarebbe tempo di fare i conti in casa.

    @ Enrico. Commento stupendo. Lo sottoscrivo in toto. Grazie anche a te. Non ti sei affatto dilungato… anzi! Sì, in molti, allora, credevamo che il cambiare le regole del gioco valesse anche il perderci qualcosa, financo la vita. Poi ci siamo resi conto (molti anni dopo) che, allora, eravamo giovani. E quel credere è lusso, enorme, appunto della giovinezza. Come ho scritto sopra: a vent’anni non si capisce più di tanto riguardo i massimi sistemi… ma, ora aggiungo, sempre a vent’anni si ha una carica dentro che ti fa pensare di essere un massimo sistema… e forse è così… si è nel vero un massimo sistema (in tutti i campi dell’espressione).

  • Gian Ruggero Manzoni // Marzo 14, 2007 a 12:13 am

    Scusatemi, ho dimenticato Luca, Sandra e Pasquale… che avete commentato in precedenza… mia “deficienza senile”. Domani-oggi dirò anche a voi. Perdonatemi ancora. Cmq per ora grazie.

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 14, 2007 a 7:49 am

    Un ringraziamento anche da parte mia a Franca, Claudio ed Enrico. E grazie a GianRuggero per quel che hai scritto: insieme a quanto detto da Franca, è quanto di meglio possa sentire per quella che a volte è la mia ansia di riappropriarmi della storia, intesa sì come susseguirsi di eventi politici, sociali e di massa, ma dai quali non si riesce, non riesco mai a rimuovere la storia del singolo vista in prospettiva e come questa finisca per agire su quella più ampia di tutti gli altri. Al di là di quella che potrebbe essere considerata nostalgia, componente credo forte del mio carattere che nel passato ritrova sempre un luogo dove andare a ricercare, anche solo per dar ragione di nomi, storie, percorsi che non sarebbero da dimenticare, mi chiedo anche, pensano a cosa scrive Enrico Cerquiglini (e cosa GianRuggero) a cosa sia oggi quella sincerità e quell’entusiasmo giovanile (e non solo giovanile) di allora. Allora prese strade giuste, strade sbagliate e la storia intesa come macinatrice che caoticamente mette insieme volti, idee, conti e impulsi, partorì quello che conosciamo. Mi chiedo, come suggerisce anche GianRuggero, cosa sia rimasto oggi di questi stimoli e se per forza essi esistessero per la particolare condizione politico sociale globale del mondo di allora. Quello che mi ha sempre affascinato, è più volte l’ho scritto qui e altrove, è lo spirito di cambiamento entusiastico che prese quei momenti e quelle generazioni: l’ideale che li mosse e li guidò. L’energia, se vogliamo, la vis culturale, quella che oggi cerchiamo e non troviamo neanche nella più argomentata delle discussioni. Mi chiedo spesso, e chissà se può mai essere un dibattito, se tutto questo avesse avuto o avesso oggi, per assurdo, un segno altro, fatto appunto meno di violenze (o per nulla di violenze) ma di stimoli intellettuali ed emotivi ad un riorientamento civile e culturale. Forse dev’esserci sempre chiaro come il sole il “cosa contro” e oggi non le è e allora lo fu, salvo poi smentire questa illusione con uccisioni, ammazzamenti, anni pesanti come il piombo e la paura. Penso a quello che scriveva Marco Guzzi a margine del discorso di Sanguineti sull’odio di classe e alla sua visione di una rivoluzione tutta interiore. Tutte le rivoluzioni, forse, partono come interiori: il rammarico di un uomo, o la sua fortuna, è forse quello di non potervi assistere di persona. Quel che è certo è che ho aiutato insieme agli altri a far nascere questa rivista anche per poter capire cosa ci separa dalla sincerità di mente e di cuore che infiamma a volte storia, donne e uomini e cosa ci manca, oggi, per poter scrivere una pagina degna di questo nome. O cosa forse abbiamo e dobbiamo decidere come risvegliare e usare.

  • VDM // Marzo 14, 2007 a 8:19 am

    “ma che si dica che nel 1977 e negli immediatamente successivi c’era davvero la speranza di un possibile cambiamento”. Ecco, non nel ‘77 ma subito prima io ero più giovane ma questo lo sentivo in casa, perché mio padre era metalmeccanico ed erano gli anni dei grandi scioperi e delle manifestazioni. C’era la speranza del cambiamento e questo portava alla partecipazione politica; mi pare ora molto più difficile, ed è una perdita grave. Sulla questione PCI altra faccia della DC potrei avere altri pensieri, ma non sarebbero miei, perché all’epoca più che far raccolta dei volantini politici che giravano in casa non potevo fare…

  • marco guzzi // Marzo 14, 2007 a 8:31 am

    Carissimo Gian Ruggero, grazie di questo terribile racconto.

    No, non c’è proprio niente da rimpiangere di quegli anni.

    C’è invece semplicemente da piangere per i morti, per i feriti, per gli invalidi, per il sangue umano, per i troppi accecamenti…

    Nel 1977 pubblicai il mio primissimo lavoro poetico. Per me non sussisteva alcuna idea “rivoluzionaria” che avrebbe potuto tirarci fuori da quella che già mi sembrava un’oscurità epocale definitiva.

    Scrivevo:
    “E’ notte
    tendo lo spirito
    per rammentare
    qualche pensiero
    qualche idea
    e d’improssivo
    trascinate dal vento
    da ogni dove
    giungono le grida
    dell’ignoranza
    crude-stridule grida
    sporche-banali grida
    da ogni dove giungono
    trascinate dal vento
    gelido vento della notte.

    E penetrano nella mente
    le ripetute grida dell’ignoranza
    spietata-sirene-lampi incomprensione
    violenza-brutale-incomprensione
    che sale dalla terra
    nello spirito
    a devastare
    a marcire
    ogni fiore di pensiero
    nuovo-antico-eterno-sincero pensiero
    del domani”.

    Credo che solo un più serio confronto con l’ignoranza, che genera violenza, e quindi con i misteri della nostra alienazione originaria, potrà alimentare un rinnovamento storico all’altezza del tempo che viviamo.

    Lavoriamo umilmente per questo.

    Marco Guzzi

  • antonella // Marzo 14, 2007 a 9:23 am

    ps. per ruggero
    dovresti scriverne di questa tua esperienza vissuta in prima persona, anche se ne hanno scritto altri. ciao a.

  • Pasquale Giannino // Marzo 14, 2007 a 10:01 am

    Anzitutto devo dire che sto assistendo a un bel dibattito – e ce ne fossero di confronti così – in quello che è ormai diventato il paese dei reality (per chi ci crede), delle isole di sedicenti famosi, dei tanti boudoir “impegnati” dove ogni tentativo di approccio pseudoculturale è destinato a soccombere dinanzi alla prorompenza delle solite meretrici. Ma è anche il paese di tanti giovani cervelli che sono costretti a emigrare per guadagnarsi il pane, esattamente come i loro nonni che coltivavano la terra col sudore della fronte e che emigravano per consentire ai loro discendenti una vita migliore… D’accordo, allora c’erano le ideologie, e se un ragazzo di diciott’anni decideva di sopprimere un suo coetaneo solo perché la pensava diversamente da lui, lo faceva perché indotto-motivato da un contesto ideologico e socio-politico molto diverso (solo in apparenza?) da quello attuale… Attenzione: non sto parlando della lotta alle istituzioni, ma delle centinaia di morti poco più che ragazzini, degli adolescenti caduti sul campo non per mano di uno “sgherro”, ma di un loro coetaneo forse troppo ingenuo per comprendere chi fosse il vero nemico da colpire. Qual era il fine, dunque, di quella dissennata guerra fra poveri? Chi era il mandante? Chi dei loro maestri, degli “ideologi”, si è assunto la responsabilità di tale scempio? Perché, in fondo, quali pulsioni può avere un ragazzo di quell’età – a prescindere dal credo politico e dal particolare contesto in cui vive e tenta di crescere – se non la voglia di passare il sabato sera in discoteca con gli amici sperando di cuccare, o almeno sballarsi un po’… andare ogni tanto al cinema con la propria ragazza, appartarsi insieme a lei in qualche fratta prima di riaccompagnarla a casa… godersi la vita?

    @ Enrico. Mi dispiace che ti sia offeso. Sappi però che non era nelle mie intenzioni paragonare “i ragazzi del ‘77 ai giovani che gettano sassi dai cavalcavia”. Ti invito a rileggere quel mio passo – che evidentemente non hai colto – usando una chiave “matematica”, in particolare procedendo per assurdo: “accantonati per un attimo le ideologie, il contesto politico e le ambizioni-velleità rivoluzionarie o reazionarie…”.

    @ Massimo. Solo una precisazione: sono un tuo coetaneo, dunque non posso avere ricordi di quel periodo…

    @ Marco. “Credo che solo un più serio confronto con l’ignoranza, che genera violenza, e quindi con i misteri della nostra alienazione originaria, potrà alimentare un rinnovamento storico all’altezza del tempo che viviamo.” Sono con te.

    @ Gian Ruggero. “Deficienza senile”?! Ma che dici? Sei appena un ragazzo!

    Ciao a tutti.
    Pasquale

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 14, 2007 a 10:14 am

    Pasquale, devo aver confuso i commenti assimilando il tuo ad un ricordo di quegli anni, quando invece era una riflessione. Chiedo scusa.

  • Enrico De Lea // Marzo 14, 2007 a 10:18 am

    Grazie GR , e scusa se ne approfitto per testimoniare - ah, il ‘77 - il mio ‘77 : ero irrimediabilmente fuori tono, rispetto agli altri - ovviamente frequentavo il collettivo studentesco dell’ultimo anno del Liceo Maurolico (Messina), cazzeggiavamo alquanto, ricordo che criticavamo il burocratismo del PCI locale ed eravamo ospiti del Circolo Leon Blum (struttura culturale del vecchio PSI non ancoira del tutto affaristizzato). Mi piaceva essere “contro” e “solo”: sicchè, magari per curiosità, ma spesso anche per inaspettata sintonia, frequentavo il Circolo Anarchico Bruno Misefari, la Chiesa Valdese, la FUCI, Democrazia Proletaria , l’Associazione Radicale Ernesto Rossi.
    Soprattutto, un anno di grandi e determinanti letture: la scoperta di Gobetti e Rosselli, la gioia di leggere Capitini e la cultura della nonviolenza, la testimonianza morale di Salvemini, di Ernesto Rossi, di grandi incompresi come Silone od Andrea Caffi, e, soprattutto, l’irrompere della poesia (Celan, Campana, Rimbaud).
    Mio padre, vecchio maestro comunista, mi aveva vaccinato dalla rivoluzione come atto violento.
    Diceva: basta amministrare la cosa pubblica per il bene comune, il resto è spettacolo turpe o inutile. Gli piacevano Amendola e Lama, amava socialisti come Turati, Matteotti, Salvemini - ma teneva gli occhi chiusi sul totalitarismo dell’Est.
    Il mio ‘77 era contro quei suoi occhi tappati, che davano forza all’eterna idra dell’egoismo “conservatore” di casa nostra.

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 14, 2007 a 10:33 am

    Quanto alla questione del mandante, Pasquale, il punto che mi assilla è proprio questo: quando tu dici:

    «perché, in fondo, quali pulsioni può avere un ragazzo di quell’età – a prescindere dal credo politico e dal particolare contesto in cui vive e tenta di crescere – se non la voglia di passare il sabato sera in discoteca con gli amici sperando di cuccare, o almeno sballarsi un po’… andare ogni tanto al cinema con la propria ragazza, appartarsi insieme a lei in qualche fratta prima di riaccompagnarla a casa… godersi la vita ?».

    Questo mi scatena le riflessioni. La passione, la partecipazione politica di cui parla Vincenzo è un discriminante della questione, secondo me. Non è esattamente, a mio avviso, tutto spiegabile con le categorie “necessità” e “indottrinamento”, che pure, ammetto, devono aver giocato un ruolo comunque notevole. Da un punto di vista economico e delle risorse l’Italia di oggi è lontana se non 1000 miglia, almeno 500 da quella di allora: l’economia di allora era ancora tra gli scossoni dell’austerity e delle riforme verso un welfare di cui si è goduto negli anni successivi e la vis politica era estremamente elevata, per motivi di scontro ideologico tra blocchi ancora esistenti e contrapposti: la diffusione di letture marxiste e anarchiche della realtà congiunturale erano quanto mai attuali, perciò senz’altro molto del fenomeno è spiegabile con un inquadramento appropriato nella situazione del periodo. E però siamo sicuri che basta a spiegare il tutto ? Non c’è da considerare anche una tensione ideale che oggi non attecchirebbe (non attecchisce) più ? Anche oggi il fenomeno del precariato si avvia a divenire uno dei problemi giovanili (e non solo) più cogenti per l’economia e l’organizzazione della società, eppure sembra che non ci siano nemmeno lontani accenni ad una “lotta politica” o almeno ad un dibattito concreto e sviluppato che non attraversi solo le riviste e i giornali. La stessa politica incaricata di esaminare la questione non prende in considerazione primaria tutte le variabili e tende ad avviarsi ad una gestione “classica” del problema. E’ probabile che ci sia davvero un problema di condizioni al contorno che non tornano. Ma è anche vero che allora, in quel momento, le pulsioni di un ragazzo non erano solo indirizzate, comunque la si prenda, a soddisfare i propri istinti o i suoi bisogni più immediati. Il problema è anche la passione civile che se ne è andata, delegata e ceduta a meccanismi che forse si controllano poco o solo in parte (o forse per niente). Scusate la lungaggine.

  • Enrico De Lea // Marzo 14, 2007 a 10:34 am

    p.s.
    complimenti per “l’Attenzione”

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 14, 2007 a 10:54 am

    E grazie per i complimenti, Enrico, a nome della redazione.

  • Enrico Cerquiglini // Marzo 14, 2007 a 11:55 am

    Cosa spingeva i giovani a sognare un futuro migliore per sé e per gli altri, a spingere lo scontro fino alla violenza fisica, alle scelte più sciagurate?
    Agiva probabilmente una motivazione che non sempre è stata indagata fino in fondo. Il ‘77 nasce anche contro il ‘68, è più radicato nel sociale, nasce dalla rabbia e dalla frustrazione di giovani che conoscono, non solo per sentito dire, il peso della povertà e delle umiliazioni subite per secoli dalle classi subalterne. Quella del ‘77 è la prima generazione che studia senza appartenere per forza alla borghesia tradizionale: è una generazione che sente ancora il peso della discriminazione “oggi l’operaio vuole il figlio dottore”, che subisce gli insulti di una borghesia arroccata a difendere i propri privilegi di casta. E’ una generazione che ha recepito il mito della Resistenza, che ha ritenuto di usare gli stessi mezzi in un contesto molto differente, mezzi che poi sono diventati incontrollabili, violenze che sono uscite da ogni logica rivoluzionare per assurgere al ruolo di terrorismo autoreferenziale che imponeva l’omicidio come scelta politica.
    La maggior parte degli ex-settantasettini si sono ritratti: non era questo il loro obiettivo. Ma, in un’epoca di manicheismo, il rischio di essere considerati traditori dalla propria parte e, comunque, fiancheggiatori dall’altra erano altissimi.
    Non so chi siano i mandanti del terrorismo: si potrebbe chiedere a molti magistrati e uomini dei servizi segreti, forse loro qualcosa ne sanno, so solo che la deriva terroristica ha contribuito alla genesi del cosiddetto “riflusso” senza avere minimamente cambiato il paese che si intendeva trasformare, anzi lasciando in eredità allo stesso potere strumenti di straordinaria repressione che hanno permesso di annichilire una qualsiasi forma di protesta sociale, bollandola col termine di “terrorismo” et similia. Ogni critica radicale è stata messa a tacere e si è dato l’avvio a quel fenomeno di indottrinamento, che ha visto coinvolti tutti i mass maedia (cinema, giornali e soprattutto Televisioni), capace si obnubilare le coscienze e le menti delle nuove generazioni, riducendo l’essere umano ad una caricatura, professando la religione dell’Io/Mondo, dell’egoismo fatto sistema, dell’ “altro” come oggetto estraneo e da temere. In trent’anni il lavoro è bello che compiuto. Siamo in una società in cui conta il distinguersi, per cosa non importa, in cui tutti iniziano i discorsi con: “Io…”, in cui si è perso il senso della pluralità e si è acquisito quello del “mors tua vita mea”, della giustificazione di ogni aberrazione se questa ci porta un qualche giovamento. Si è sostituito all’essere l’apparire, mi verrebbe da dire, si è abolito l’essere. Tutto è elogio della superficie, ma non per superficialità, ma perché è scomparsa la profondità. Tutto è proiezione di sé, avvertimento della presenza fisica, del principio di realtà assoluta e inderogabile. Anche le droghe che si usano sono droghe assolutamente asociali, basti pensare al dilagante uso della cocaina, la droga del piccolo dio.
    Come potrebbe un società come questa coltivare, non dico un’idea di rivoluzione, ma una semplice capacità di indignazione, una ricerca di alternative. Nei casi migliori si rifluisce in un desueto comunitarismo di stampo clericale, molto più simile ad una setta esoterica che a un movimento religioso spinto da un qualche afflato di sacralità, in altri casi si sceglie la fuga per “salvarsi l’anima” o ci si chiude in un silenzio assordante, inconciliabile con qualsiasi forma di pensiero e per chi, come me e altri, non crede a nuessuna anima (”l’anima ce l’ha il sambuco” - diceva un mio zio analfabeta) non resta che guardare con un occhio melanconico e pensare a ciò che poteva essere e non è stato, a una giustizia che ci saliva alla mente dallo stomaco, da millenni di sopraffazione. Non resta che assistere, neppure più indignato, all’ingiustizia fatta sistema, a un potere sempre più malato, in senso sveviano, e sempre più vicino a identificarsi colle oligarchie che per millenni hanno perpetrato il privilegio e l’ingiustizia.

    Enrico Cerquiglini

  • gian ruggero manzoni // Marzo 14, 2007 a 1:26 pm

    … visti gl’impegni, quindi senza entrare nel dibattito, che trovo stupendo, e per questo ringrazio tutti voi (poi tornerò questa sera-notte), non dimenticatevi che oltre al famoso: “la creatività al potere!”, un altro degli slogan di quegli anni era: “vogliamo tutto e subito!” (motto che poi ha preso la deriva che sappiamo negli anni ‘80, votati all’effimero e all’edonismo più sfrenato - e di solito così è quando una ‘rivoluzione’ socio-culturale fallisce e la restaurazione riprende quota).

    A questa sera.

  • gian ruggero manzoni // Marzo 16, 2007 a 1:50 am

    Scusate il ritardo ma sono qua.

    @ Pasquale. Reputo che quando si crede ad un’idea, con profondo trasporto, si possa giungere a tutto sia dal punto di vista dell’azione, della resistenza come della sopportazione. Non credo che la mia generazione possa essere paragonata a quella attuale, giovanile, per tantissimi motivi… e su ciò bisognerebbe riflettere molto e ancora. Grazie.

    @ Sandra. Stupenda testimonianza anche la tua. un abbraccio.

    @ Luca. Non è detto che scriverò su quei giorni e su quei fatti, me ne avete fatto venire voglia, dopo una sorta di ‘rimozione’ (forse elaborazione di un lutto?) durata trent’anni.

    @ Massimo. Condivido con te che anche tramite queste pagine si stia risvegliando un qualcosa… ma già ci credevo, visto il come ho abbracciato l’idea di questa nostra rivista web. Grazie a coloro che ci hanno fatto i complimenti, ovviamente sempre bene accetti.

    @ VDM. Mi hai fatto pensare molto con quello scrivere di tuo padre metalmeccanico. In effetti noi si parlava degli operai delle fabbriche in maniera molto astratta, con enorme rispetto, considerazione, anche commozione, ma, per chi come me, uscito da una famiglia sempre risieduta in campagna, la realtà industriale era molto lontana. Io quando parlava di operai pensavo, di solito, ai lavoratori della terra, ai braccianti, a chi appartenente ai collettivi agricoli della mia Bassa Romagna. Grazie dello spunto. In effetti, a vent’anni, non ero mai entrato in una fabbrica di quelle toste, al massimo in un’officina o nel capannone di un artigiano, e un certo clima mi era, in effetti, estraneo. Poi, negli anni successivi, ho avuto modo di visitare vari stabilimenti, ma, allora, erano lontani… quasi ‘mitici’, quasi parlassi di altri pianeti.

    @ Marco. Stupenda poesia. Grazie. “Credo che solo un più serio confronto con l’ignoranza, che genera violenza, e quindi con i misteri della nostra alienazione originaria, potrà alimentare un rinnovamento storico all’altezza del tempo che viviamo.” - sottoscrivo in toto.

    @ Antonella. Vero quel che dici… fu il proletariato, che giunto ad un’acculturazione, fece il ‘77. Anch’io spero che non ci si ricada, seppure il mio sommo pessimismo. Come ho detto a Luca, dico anche a te: non è escluso che scriva… forse, per me, è nel vero giunto il momento di scrivere su quei fatti, su quei giorni, su quei giovani.

    @ Enrico De Lea. Significativa testimonianza anche la tua, come quella di Sandra. Anche il tuo dire mi ha fatto riflettere: cosa ne sapevamo, in molti e nella realtà, di quello che stava succedendo in altre geografie italiane in quegli stessi mesi e giorni? Ci arrivavano notizie frammentarie, comunicate durante le assemblee. Poi quello che i media di allora (di Stato e cartacei) riportavano, di solito notizie manipolate. Cmq il raccordo c’era. Si telefonava. Non esistevano ancora i fax e internet (pensate un po’!). Auto (di solito 2 cavalli Citroen) facevano su è giù per l’Italia. Però, anche in questo caso, era più l’eco di un ‘mitologema’ che giungeva, non la realtà nuda e cruda… vera. Significativo tutto ciò. Stavamo vivendo una sorta di epopea.

    @ Enrico Cerquigli. Il rapporto con la Resistenza è fondamentale. Hai colto nel segno. Anche le BR si dicevano (e ancora si dicono) portatrici, in avanti, di un ‘progetto’ non conclusosi con il 25 aprile 1945. Anche su questo bisogna riflettere… ciò avvalora quel che ho detto nel post: “Una “guerra civile” partita nel 1943 che perdurava e che ancora perdura nel nostro Paese assumendo mille volti e mille connotazioni… mille sfaccettature diverse. Una Nazione ancora divisa perché mai vuole fare i conti col proprio passato… perché si trascina nel suo passato.”

    Un grande grazie a tutti.

  • Pasquale Giannino // Marzo 16, 2007 a 9:29 am

    D’accordo Gian Ruggero. La mia era evidentemente una provocazione. Un ultimo pensiero, dopodiché sono pronto a defilarmi con l’umiltà di chi quegli anni non li ha vissuti e tenta di parlarne solo per ciò che ha potuto leggere o ascoltare: i giovani d’oggi sono figli di quei giovani d’allora… molti dei quali, fra l’altro, occupano posti di gran prestigio nelle istituzioni che hanno combattuto… Ma questo, forse, è un aspetto che meriterebbe ulteriori approfondimenti.

    Un caro saluto e grazie a tutti voi per la ricchezza di spunti che mi avete fornito.
    Pasquale

  • gian ruggero manzoni // Marzo 16, 2007 a 11:35 am

    Caro Pasquale una più che giusta ‘provocazione’, che ci ha fatto riflettere, quindi grazie ancora. In effetti bisognerebbe, magari sempre da questo spazio, tentare una realistica connessione fra ciò che è stata la mia generazione e quella poi travolta dall’ effimero e dal consumo più sfrenato (…figlia delle logiche capitalistiche e della società dello spettacolo, impostasi negli anni successivi i ‘70). Invito anche Massimo Orgiazzi a rilanciare altri spunti al fine di poter continuare il discorso. Bene. Un abbraccio a tutti… sia ai reduci di allora sia ai reduci, più giovani, da 30anni di assurdo.

  • Sandra Palombo // Marzo 16, 2007 a 11:53 am

    @ Marco : giovani d’allora… molti dei quali, fra l’altro, occupano posti di gran prestigio nelle istituzioni che hanno combattuto…

    è una riflessione giusta sia a livello nazionale che a livello locale , ma come la fede che non si spegne neppure nei momenti più bui, in me c’è ancora un barlume di speranza che esistano persone che operano per il bene comune della collettività e della terra.
    Sandra

  • Massimo73 // Marzo 16, 2007 a 6:54 pm

    Passo di qui ora, e vedo che la discussione è andata avanti: con sommo rammarico però mi è stato impossibile collegarmi e così sarà ancora fino a domani, giornata densa di impegni lavorativi, come almeno due volte l’anno mi succede. Speriamo che dopo si riesca magari a rilanciare in opportune sedi (magari anche con nuovi post) il dibattito.

  • missy // Giugno 3, 2007 a 12:16 pm

    Bellissimi tutti: GRM e gli intervenuti!

    GRM, sei come il ghiaccio, il fuoco, la logica e la passione. Lasci senza fiato.
    Non mi fermavo a leggere un blog, un sito, uno spazio web da tempo. La noia mi assaliva. Questo pezzo, invece, lo stampo, lo rileggo e lo conservo in archivio con un bel post-it fosforescente sopra: SUBLIME!

  • gian ruggero manzoni // Giugno 3, 2007 a 4:54 pm

    Grazie Missy, sei sempre stupenda.

  • curiosa // Agosto 15, 2007 a 5:03 pm

    Senti, Gian Ruggero, ma vorrei solo farti una domanda. Il prezzo che hai pagato non era un po’ troppo alto per una fedina penale pulita? So bene che è nettamente differente averla sporca, ma è lontana da me quella soluzione, forse in virtù di una mia visione limitata delle cose…sarei contenta di una tua risposta. Io, di anni, ne ho trentatré.

  • Gian Ruggero Manzoni // Agosto 17, 2007 a 2:36 pm

    Cara curiosa a vent’anni, con una vita davanti, avere un anno e sei mesi in fedina (per questioni politiche) non era robetta da poco (poi allora - adesso c’è gente che ha 8 anni in fedina e gira tranquilla per strada e trova anche lavoro in ambiti ‘amministrativi’ o ‘politici’ - allora eri bruciato in toto, in particolare se tu avessi voluto fare l’insegnante o che altro in campo statale…. ad esempio avere un contratto in RAI, visto che facevo il DAMS, etc.). il mio amico, una volta conosciuta la mia scelta, decise, di suo, di scontare la pena… dopo 4 mesi venne rilasciato, passò altri 5 mesi agli arresti domiciliari, quindi andò libero (per modo di dire). Nel 1982, dopo aver girato il mondo, fece domanda per un posto da animatore presso l’Ass. alle Polit.Giovanili di Bologna. Aveva tutte le carte in regola fuorché la fedina. Puoi immaginare com’è andata. Ora lavora a Imola presso l’azienda del suocere. Tramite la solita trafila e soldi agli avvocati solo nel 2001 è riuscito a ripulirsi la fedina. Questo è quanto. Lo Stato mi ha tenuto al gunzaglio per 23 anni. Ogni volta che domandavo a che punto si era… cioè se bastava quel che avevo fatto, mi si rispondeva che me lo avrebbero comunicato loro (cioè i Carabinieri). Questo è quanto. Allora si poteva ‘barattare’ la libertà con l’integrazione nell’Esercito (almeno per alcuni - un po’ come succedeva con la Legione Straniera francese o spagnola), ora non più, e forse è un bene… cmq quel che è fatto è fatto e non tutto è venuto per nuocere… ho 50anni e posso dire di aver visto e vissuto, e posso testimoniarlo… raccontarvelo.

  • curiosa // Agosto 20, 2007 a 3:56 pm

    Grazie di avermi risposto, so che in quegli anni gli “scotti” si pagavano cari, mi spiace solo tu abbia dovuto ingoiare tanti rospi e trovo bello il fatto che tu riesca a dire che non tutto è venuto per nuocere. Ultima domanda, sempre che ti vada di rispondere. Le idee che ti avevano spinto in una certa direzione, quanto, come e quando sono cambiate, se sono cambiate? Oppure usiamo trasformate. A presto.

  • Gian Ruggero Manzoni // Agosto 21, 2007 a 10:07 pm

    Nel 1980, amica mia, quando venni richiamato dall’esercito per la Bomba alla Stazione di Bologna, e in quella città, che avevo vissuto con ‘giovanile follia’ 3 anni prima, rimasi 7 giorni da allucinato. A prescindere dal fatto e da chi l’abbia compiuto mi resi conto, di fronte a così tanta ferocia e a così immane tragedia, che la violenza è ancora “il grande nodo irrisolto dell’umanità, quel nodo che annienta il dono della ragione”, come scriveva Padre Turoldo… a seguito, la graduale maturazione verso “la visione luminosa”, per citare un altro grande, già tra i miei maestri, Giovanni Testori. Quindi la riconferma della forza dell’amore dopo la missione in Bosnja del 1994… nel 1995, il 22 ottobre, quando nacque mia figlia. Un saluto a te e un futuro migliore per noi tutti, questa la speranza e l’impegno.

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