Intellettuali tra odio di classe e violenza “fredda”: Edoardo Sanguineti

Marzo 8, 2007 · 12 Commenti

Riceviamo e pubblichiamo

di Sandro Montalto

In occasione di una “Lectio Magistralis” in onore di Pietro Ingrao tenutasi a Roma nella Sala del Refettorio della Camera davanti a centinaia di persone (oggi pubblicata da Ediesse), il noto poeta e critico Edoardo Sanguineti, da sempre attivo nel campo politico (è stato consigliere comunale a Genova e Deputato per il PCI, ed ora è candidato sindaco nel capoluogo ligure), se ne è uscito con alcune dichiarazioni che hanno fatto scandalo. Cosa ha mai detto di inatteso questo vecchio intellettuale, tra i fiori all’occhiello della nostra Italia, per scatenare le ire di una nazione divisa tra indifferenza e furori ben irregimentati? Ebbene egli ha osato pronunciare parole come «Odio», «Rivoluzione», sempre affascinanti ed efficaci seppur ritenute da molti (la prima carta da giocare è la delegittimazione del nemico) ormai desuete.

I giornali hanno trattato la cosa con un certo semplicismo. «La Stampa» del 6 / 1 / 2007, però, propone un partecipe intervento di Riccardo Barenghi e anche una opportuna intervista di Jacopo Iacoboni in cui il poeta precisa anche le importanti differenze tra il valore filosofico dell’odio di classe alla Benjamin (quando si pone meccanicamente l’accento sulla parola progresso si perde di vista che il compito della sinistra non è la felicità futura ma la rivendicazione dell’ingiustizia passata e presente subita dai proletari; i quali, bada bene, sono i tre quarti della popolazione mondiale, oggi: operai, ingegneri, ricercatori…) e la Teoria dei bisogni radicali di Marx. L’odio è un motore, non un fine e meno di un mezzo.

Ma vediamo come in realtà queste dichiarazioni non siano un’uscita improvvisa e imprevedibile. Alcuni mesi fa le prime avvisaglie; ecco alcune dichiarazioni (citiamo dall’articolo di Roberto Ciccarelli, «il manifesto», 31.03.2006): «In un mondo in cui il 98 per cento delle persone vive una condizione di precarietà o di vera e propria miseria il vero lusso è quello di permettersi ancora di essere gentili con gli altri. No, oggi è doveroso essere sgarbati per rendere evidente a tutti che viviamo in un mondo disumano». E fin qui niente di strano: difficile non dare ragione al poeta. Il bello del ragionamento viene adesso: l’odio per chi detiene le più grandi ricchezze, come la necessità di vendicare non solo le sofferenze dei padri ma anche quelle attuali dei figli, non risponde soltanto ad un’elementare esigenza etica o, peggio, ad un risentimento per chi non ha nulla e vorrebbe tutto; essere “sgarbati”, oggi, non significa necessariamente essere violenti, almeno fino a quando non sarà viva l’esigenza di dare giustizia alle nuove generazioni, affinché possano anch’esse permettersi il lusso dei loro padri di seguire una educazione intellettuale e sentimentale che non separava l’attività mentale della ricerca teorica da quella della pratica politica. Una formazione che ha permesso la nascita del pensiero basato sul «materialismo storico» il quale non si è fermato alla constatazione dei problemi e non si è limitato all’osservazione delle classi alte ma si è gettato nell’idea più ampia e pragmatica «della condizione oggettiva della lotta di classe». Da leggere il volumetto appena pubblicato da Manni Editori Come si diventa materialisti storici. Sanguineti ci è arrivato tramite una conversione politica da «giovane anarchico radicale» appunto a «materialista storico» giovandosi di una lunga serie di incontri: a Torino nel 1940 il primo contatto con la rude razza proletaria attraverso un giovane che lo invita a giocare a pallone, poi la scoperta della politica tramite un compagno di scuola anarchico e sostenitore di una solidarietà umana «che allora ignoravo», su su fino all’ultimo approdo l’euro-comunismo quando divenne deputato (dal 1979 al 1983).

Le cose si fanno difficili in occasione di un altro intervento, la conferenza stampa di presentazione del programma della lista «Unione a sinistra» che sostiene la candidatura di Sanguineti a sindaco di Genova (estrapoliamo le dichiarazioni dall’articolo L’odio di classe di Sanguineti di Ida Dominijanni, «il manifesto», 7 gennaio 2007): «I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato»; bisogna quindi «restaurare l’odio di classe» per restituire luce alla classe operaia. La notizia rimbalza in Ansa, televisioni e giornali.
Apriti cielo! Simili parole mentre tutti proclamano a petto gonfio i principi di fratellanza, uguaglianza e rispetto, sventolano la bandiera di un pacifismo di facciata e opportunista. Soprattutto, mentre tutti (leader politici, sindacalisti…) si affannano a cercare compromessi e svendere sorrisi callipigi, come viene in mente a questo poeta di fare appello a «la merce uomo, […] la più svenduta e chi dovrebbe averne coscienza, ossia la classe proletaria, non la ha, inibita da una cultura dominata dalla tv», al concetto stesso di classe (lotta a parte, perfino)? Dunque Sanguineti promuove un odio di classe che non permetta più di annettere una classe al novero dei vinti, un odio che serva diremmo quasi da deterrente permanente oltre che da arma di difesa di diritti violati apertamente; un odio che non diventa forzosamente violenza e significa soprattutto il radicale rifiuto di un ottimismo alla Pangloss. Compito della sinistra per Sanguineti (che pensa a Benjamin) non è dunque quello di accodarsi all’idea del progresso e alla promessa della felicità futura, ma di rivendicare e vendicare le ingiustizie passate e presenti perpetrate sugli oppressi.

Nell’intervista La sinistra che mi manca (rilasciata a «Telecittà» di Genova e riproposta in parte da «L’Unità» il 20/10/2003) Sanguineti ebbe già modo, dopo aver criticato gli atteggiamenti della sinistra, di precisare il pensiero: «non ho fatto nulla di coraggioso, ma solo quel che qualsiasi cittadino deve poter fare: esprimere liberamente le proprie opinioni. […] Il fatto che ciò sia apparso come coraggioso e provocatorio, significa che siamo caduti molto in basso». Fu anche l’occasione per dire cose che ora la recente polemica ha richiamato: «Credo che la Sinistra che voglia proclamarsi Sinistra debba rivolgersi nuovamente al proletariato, e parlare chiaramente del fatto che viviamo in una Nazione in cui esiste - come in tutte le nazioni - una massa enorme di proletari che debbono riappropriarsi della coscienza di classe. Questo è il compito della Sinistra perché, piaccia o dispiaccia, dopo Marx ed Engels c’è solo una Sinistra, le altre sono Sinistre per modo di dire». Non si creda che Sanguineti abbia fornito formulette astratte (la lettura completa dell’intervista, per non parlare delle molte pagine da lui scritte sull’argomento, testimonia): da sempre i suoi interventi sono circostanziati e noi, qui, siamo forzati a stare sulle generali. Ad esempio ecco un’altra opinione semplice e forte a un tempo: «Ribadire la forza della Costituzione, questo è il programma! È già tutto scritto, non c’è da aggiungere una virgola, né da mutare una parola a quelli che sono i dettati fondamentali» (e questo significa tra l’altro posizioni chiare su scuola privata, interventismo bellico, etc.).

Restando alla questione che ci preme: «Non voglio certo enfatizzare una parola come “odio di classe” che è una parola che potrebbe suonare sgradevole, se non ricondotta a quella che era l’intenzione di chi l’ha formulata. Non era affatto una intenzione di pura aggressività o di indisciplina civile. Al contrario, era la consapevolezza che la storia è fatta di lotta di classe ed è inutile nascondersi dietro ad un dito. La lotta di classe la conducono spietatamente le forze al potere. E basta andare ad un mercato qualunque, per rendersi conto come si conduce la lotta di classe sulle paghe o sopra la miseria della gente. […] L’unica regola che vale è: ognuno deve - proprio in nome della responsabilità - sapere quello che dice. Misurare il peso delle parole che impiega, perché le parole in certe circostanze sono davvero pietre. […] Ma è molto importante che il proletariato in quanto tale riprenda coscienza di sé, anche attraverso manifestazioni di piazza. Benché poi nessun girotondo risolverà mai i problemi. È infatti nella sede parlamentare, e nella sede del programma del Centrosinistra - come programma della Costituzione - che questi problemi vanno realmente posti e affrontati».

Vogliamo andare ancora più indietro? Dicembre 1988, sul numero 44 di «Rinascita» appare un intervento sanguinetiano, precedentemente letto ad un convegno ad Amsterdam, intitolato Il chierico organico. Per una storia dell’intellettuale (ora lo si può leggere nel volume omonimo, Feltrinelli, Milano 2000). Il testo chiude così: «se mai siamo interessati a trattare un po’ il presente come storia, una cosa rimane ferma tuttavia. E’ l’idea gramsciana che […], è un senso essenziale e radicale, tutti gli uomini sono intellettuali, […] e ritorno al principio, tutti gli intellettuali sono “organici” comunque. […] Personalmente, direi con tutta tranquillità che si tratta di una classe. La coscienza di classe, non nei soli intellettuali naturalmente, ma anche in tutti gli uomini […] può benissimo ottenebrarsi, anche per lunghi e lunghissimi tempi, sino a estinguersi affatto, persino. Ma la lotta di classe, quella invece, piaccia o dispiaccia non importa niente, quella continua».

Categorie: attualità · riceviamo e pubblichiamo

12 risposte so far ↓

  • Massimo Orgiazzi // Marzo 8, 2007 a 10:02 am

    Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Sandro Montalto. Aldilà dell’essere d’accordo o meno su alcuni assunti base, il pezzo può stimolare riflessione e confronto sulla figura dell’intellettuale oggi, tematica che, ricordo, è stata oggetto delle ultime due uscite della rivista Atelier. Certo qui occorrerebbe discutere proprio sulla questione che Montalto pone insieme a Sanguineti, oltre alla vocazione dell’intellettuale di inizio secolo, il “come esserlo”.

  • marco guzzi // Marzo 9, 2007 a 9:14 am

    Ancora una volta mi sembra che il pensiero di Sanguineti mostri la propria carenza nel cogliere le profondità del nostro tempo.

    La chiave marxiana della lotta di classe è infatti del tutto insufficiente: i diseredati dell’Africa non hanno nulla in comune con il proletariato industriale (inglese) che aveva in mente Marx.

    E’ sorprendente come ancora oggi si possano tirare fuori alcune dottrine (come il materialismo storico), che non solo si sono rivelate ampiamente errate, ma che hanno dato vita a regimi del puro terrore, di cui ci stiamo lentamente liberando.

    L’appello di Sanguineti all’odio di classe, e quindi all’odio, comunque declinato, appartiene ad un mondo finito e finito male.

    Nulla di originale. Nulla di creativo. Nulla di poetico. Nulla di politicamente fecondo.
    La vecchia arroganza dell’intellettuale organico pronto a legittimare il prossimo bagno di sangue.
    Come decine di altri scrittori hanno fatto per decenni in tutta Europa.

    Ci si dice che l’odio è un motore.
    Certo che lo è. Ma che cosa mette in moto?
    Lo abbiamo già visto: gulag, persecuzione dei poveri, sterminio dei contadini, manicomio per i poeti: criminali al potere: Stalin, Mao, Castro, Pol Pot e così via.

    Questo è il nostro passato.
    E Sanguineti appartiene, per fortuna, al passato più remoto.

    La lotta dovrà riaccendersi. Questo è certo.
    L’ingiustizia e la violenza dei poteri sono davvero insostenibili. Come il falso pacifismo dei privilegiati e la moderazione dei ricchi.
    Ma sarà una lotta del tutto nuova.
    Una lotta di donne e uomini che si liberano innanzitutto e ogni giorno da ogni odio e da ogni paura.
    Sarà una lotta di liberazione fatta da cuori in liberazione, come Etty Hillesum ci ha profetato.

    Tanti auguri di una lotta senza odio.
    Marco Guzzi

  • molesini // Marzo 9, 2007 a 5:41 pm

    Si, vero, ragionevole quanto asserisci, Marco.
    Ma questo di Sanguineti a me pare sostanzialmente un gesto artistico, e nulla di artistico vada mai preso alla lettera sennò staremmo qui a discutere del sesso degli angeli.
    I bambini impiccati di Cattelan, a Milano, per quanto esteticamente orribili, mica sono un invito a impiccare i bambini, no?
    Ecco, il vecchio Sanguineti sta facendo il verso a Eluard in un momento in cui abbiamo tutta l’autocritica e la distanza sufficiente per poter valutare lo scossone “poetico” che ci dà, che suona come:
    ricordatevi che non faremo mai senza i meccanismi di produzione, qualnque cosa ci illuda di una parificazione consumistico/democratica.

    E quanto a Gramsci, lo dico per le interviste dei suoi strumentalizzatori, o anche per lui, Sanguineti, avesse davvero perso la testa (ma mi importa poco, perché se stiamo ancora a studiare Heidegger l’Edoardo potrà ben dire quel che vuole), forse bisognerebbe leggerlo e studiarlo meglio, che l’idea di intellettuale collettivo è un’invito alla responsabilizzazione ragionata dell’intero strato intellettuale e non spalmatura univoca sulla base o, viceversa, isolamento personalistico della voce del profeta.

  • Renato // Marzo 9, 2007 a 6:01 pm

    Alla domanda “E’ inevitabile una rivoluzione?”, Celan risponde individuando quel “tertium” che gli altri non riuscivano neppure a immaginare. Dice Celan:
    “Io spero ancor sempre… in una trasformazione, in una svolta. Non saranno dei sistemi proposti in ricambio a produrla, e la rivoluzione - quella allo stesso tempo sociale e antiautoritaria - è pensabile solo partendo da quella trasformazione. Essa prende inizio…, qui e oggi, dal singolo individuo.” (Celan, La verità della poesia, Einaudi).

    Lotta di classe? Odio a far da vela? Mi domando se posso ancora accettare intellettuali, politici, poeti, che ancora non si siano “decisi” a guardarsi dentro. Che se ne fa il mondo (e non tanto io) di uomini incapaci di salutare l’ultimo raggio per accogliere, mostrare, il primo (Char?)? Perché il difficile compito di “scavarsi dentro” viene relegato solo nella sfera “privata”? Perché appena si entra in quella pubblica ognuno si sente autorizzato a praticare il solito gioco (di partito, di potere, di classe… ;) sporco di sempre?

    Renato

  • marco guzzi // Marzo 12, 2007 a 7:55 am

    Carissimo Renato,
    il motivo è semplice e si chiama tendenza alla proiezione dell’ombra.
    Finché Sanguineti continuerà a pensare che il male è solo fuori di lui e dei suoi compagni di odio, resterà un residuo antropologico, dal punto di vista poetico e spirituale.
    L’odio è antipoetico per essenza, in quanto è omicida e menzognero.
    Marco

  • Renato // Marzo 12, 2007 a 3:42 pm

    Già, proprio così, e… non si poteva dire meglio! Simone Weil, che certo si intendeva di queste cose, credo puntasse il dito proprio sulla ricerca ossessiva del “prestigio”. Imporre il proprio prestigio, ecco l’odio, la guerra. Credere di essere già arrivati in porto, e immaginarsi che la tempesta è altrove.
    Rimbaud: “La mia vita è logora”. Così parla il poeta. Altro che provocazioni e “gesti artistici” da non prendere alla lettera. Qualcuno vuol nascondersi ancora dietro la letteratura? Scemenze, secondo Rimbaud. Le proprie deformità, risalire la propria vita…, ecco il compito, ecco la “lettera”. Semmai, provocare se stessi. A certi intellettuali consigliamo un bel “corso d’aggiornamento”.

    (Grazie Marco)

    Renato

  • Roberto Morpurgo // Marzo 12, 2007 a 4:38 pm

    Caro Sandro, se l’odio fosse il contraltare dialettico dell’amore, questo sarebbe un altare. Ma non lo è. L’amore stesso è puro delirio, e serba la linfa innominabile dell’odio. Più che la Provvidenza cara all’hegelismo valga l’antiprofezia di Nietzsche e il suo Eterno Ritorno dell’Identico: come tu stesso dici, non ricordo se in veste di citatore, ‘l’odio è di chi non ha niente e vorrebbe tutto’. E qui sta il suo scacco matto: nel FATTO, che nessun filosofo analitico potrà mai verificare (!!) che il condizionale del sogno passa a dismisura l’indicativo della mancanza, e nessuna Aufhebung, e forse nessun Messia, varranno a redimerlo.

  • Luigi Di Ruscio // Marzo 31, 2007 a 9:10 am

    Luigi Di Ruscio leggerà le poesie dell’ultima sua raccolta; POESIE OPERAIE editore EDIESSE il 20 aprile ore 17 in “Casa della lettura” in Piazza dell’Orologio 3, Roma.

  • Luigi Di Ruscio // Dicembre 13, 2007 a 10:42 am

    http://www.diruscio.it

  • Luigi Di Ruscio // Gennaio 21, 2008 a 1:20 pm

    (POESIA DI LUIGI DI RUSCIO TRADOTTA IN PROSA)
    chiudere un porco vero nel reparto non un porco normale un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore vediamo come reagisce l’associazione protezione animali vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un maiale schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile vediamo se il sistema nervoso non gli si e spezzato vediamo se è diventato impotente con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale portiamolo nelle tante terre abbandonate e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi sgambetta liberato respira arie pure saziati pero la proposta dimostrativa non può essere accettata il maiale e stato selezionato perché ingrassi tenere bistecche di maiale sottilissime fette di prosciutto e ingrassi un grassissimo cervello per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa ti aspetta un lungo coltello chi lavora in un reparto è stato selezionato per tutta una cosa diversa resisti allo schianto per tutta una stagione sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente devi resistere intero sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi metti un uomo nel reparto chiudili dentro per otto ore consecutive vedi come reagisce prendi un uomo dell’umanesimo staccalo dai quadri affreschi dei grandi umanisti prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce fare moltissime prove vediamo cosa succede vedi se diventa pericoloso (può diventare pericoloso chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive può diventare molto pericoloso controllate tutti i telefoni apri il suo cervello vedi cosa medita misura la sua rabbia aspettati che scoppi)

  • Luigi Di Ruscio // Gennaio 27, 2008 a 10:38 am

    Dal mio ultimo libro L’ALLUCINAZIONE,edizioni “affinità elettive” Ancona 2007

    Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla “forza della sua debolezza”, il “superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle”, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole e penso che per queste cose sono brave le scrittrici, le donne vivono nella concretezza delle mura domestiche senza divagare, noi invece pensiamo sempre ad altro e Gustav Aschenbach viveva in albergo, a me piacerebbe vedere un bel diario della ragazza delle pulizie di quell’albergo. Immagina un diario di una di quelle suore che accudisce il papa, che magari al papa dovranno anche pulirgli il culo, dovranno lavarlo, pulirlo come fosse un bambino. Una scrittura vicinissima all’orribile concretezza di ogni giorno, devo averlo un libro di una svedese, il diario di una lavatrice di pavimenti, spero di ritrovarlo.

    Luigi Di Ruscio

  • Luigi Di Ruscio // Marzo 28, 2008 a 4:23 pm

    Ho incontrato un carissimo amico, erano mesi che non lo vedevo, gli ho domandato se era stato male, così mi ha risposto: Sono stato malissimo e sono anche morto!

    Luigi Di Ruscio

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