di Giuseppe De Rita
da Il Sole 24 Ore del 13 febbraio 2007, pag. 1
Nella mia lunga carriera di scriba ho avuto e ho momenti d’invidia e di pulsione imitativa nei confronti dell’eleganza semantica di Marco Tullio Cicerone. E in quei momenti mi ritrovo a citare a memoria, quasi per allenarmi all’imitazione, lo straordinario incipit dell’orazione Pro Marcello: «Diuturni silentii, patres conscripti, quo eram his temporibus usus, non timore aliquo, sed partim dolore partim verecundia, finem hodiernus dies attulit (Questo giorno, o senatori, segna la fine del lungo silenzio che avevo osservato in questi anni, non per qualche timore ma in parte per l’amarezza e in parte per il riserbo)». Darei qualsiasi cosa per saper scrivere tre righe così auliche e ornate; ma, dopo tanti tentativi non riusciti, sto imparando a rinunciarvi…
E forse sta anche in questi aggettivi il successo del De senectute: il suo lettore viene, pagina dopo pagina, portato a pensare che la vecchiaia possa essere bella come la prosa ciceroniana, tersa e misurata, grave e gentile, meditata e tranquilla, con una punta di nobile alterità.
Non posso sperare di avere e proporre la stessa serena coltivazione della vecchiaia; un po’ perché non possiedo, l’ho scritto, la stessa capacità espressiva di Marco Tullio; perché vivo in una società sideralmente lontana da quella in cui egli visse e operò, una società dove la vecchiaia si combinava, quasi connotandola, con il prestigio accumulato in un «passato vissuto con onore». E dove quindi, essendo pochi i vecchi di passato e di onore, essi «venivano accompagnati al foro e riaccompagnati a casa» dai cittadini che ne riconoscevano e celebravano il prestigio.
Se mi guardo intorno trovo tutt’altra situazione, che forse mi assolve in anticipo dall’inevitabile deficit di eleganza che colpisce il ragionare sulla vecchiaia attuale, piena di problemi complicati e difficili da decifrare, rispetto alla quale, il termine “vecchiaia di massa” è giustamente lecito perché ben evocativo di quel che avviene nella società odierna.
C’è anzitutto un grande affollamento di vecchi. Su questo non devo ricordare i dati, ormai ampliamente divulgati e discussi; il processo di senilizzazione della società italiana è di piena consapevolezza collettiva, anche se non tutti sanno di preciso che le persone con più di 65 anni erano nel 1951 l’8,2% della popolazione, mentre oggi sono salite a una percentuale del 19,5% (pari a oltre 11 milioni di persone).
Aumentando l’insieme si moltiplicano i sottoinsiemi. Una volta c’era una sola vecchiaia, normalmente coincidente con il dato anagrafico (i 65 anni per la nostra statistica ufficiale) o con precisi burocratici passaggi di vita (l’età di pensionamento); oggi invece abbiamo la terza età, la quarta età, e anche una quinta (quella della non autosufficienza) che avanza con forza.
È naturale quindi che si moltiplichino le tematiche dell’età anziana. Ne discende uno straordinario affollamento di esperti e di operatori. All’epoca di Cicerone sull’età anziana bastava una riflessione da generalista; trent’anni fa bastavano i geriatri come unici specialisti; oggi si incrociano geriatri, attuari, psicologi, antropologi, biologi, psicoterapeuti, sociologi, economisti, assistenti sociali, volontari laici o parrocchiali, in un intreccio che forse arricchisce l’analisi dei problemi, ma riduce di molto la possibilità di riferimenti unitari e di sintesi.
A proposito, si può parlare, come Cicerone, di una “vecchiaia” al singolare? Non basta, credo, un termine unico e un po’ troppo onnicomprensivo per coprire la realtà affollata e plurima dei nostri attuali “vecchi”. Per questo mi è rifugio, oltre che vizio professionale, la scelta di una sequenza di riflessione.
La prima riflessione riguarda le caratteristiche di alta soggettività che dominano l’attuale realtà sociale. Tutto è ricondotto al soggetto, all’io come principe di questo mondo: il lavoro, il corpo, il tempo libero, l’azienda, il coniuge, la religione (sempre più religiosità personale); tutto è “mio”. Ne nasce una società iperindividualista, un po’ anche narcisista ed edonistica. Per canali sotterranei siamo quindi anche una società tentata dal giovanilismo, con le sue narcististiche ed edoniste icone; una società dove la vecchiaia è socialmente rifiutata, e individualmente rimossa.
Una società ad alta soggettività ha come ulteriore effetto sui vecchi quello di lasciarli nella solitudine, vera cifra caratterizzante del tempo corrente. Soggettività e individualismo infatti creano naturaliter frammentazione sociale e molecolarizzazione dei comportamenti: se ci guardiamo intorno dobbiamo rilevare che sono coloro che vivono nella solitudine l’unica vera “moltitudine in ombra”. E in essa gli anziani sono una parte maggioritaria.
In una società soggettivistica e ad alto tasso di solitudine la vecchiaia non è un fenomeno collettivo (pur se si sono spese migliaia di pagine di giornale su invecchiamento e dintorni) ma diventa una “transizione personale”. È una transizione, perché è una continua discesa di gradini inavvertiti di declino (le tante età di cui si parla: la terza, quarta, quinta età, eccetera); ed è un processo personale, perché non ci sono più paletti esterni di riferimento (di età ana-grafica o di collocamento in pensione) ma tutto è riferito alle sensazioni e alle situazioni individuali.
Ma l’effetto principale della transizione, quello più immediato e visivo, è che l’anziano diventa giorno dopo giorno “altro da noi”, perde cioè occasioni di socialità e quote di relazionalità a piccolo e medio raggio. La perdita della relazione, causa ed effetto della solitudine, produce allora un’alterità nell’anziano: lui si sente diverso da chi lo circonda (più saggio o marginalizzato poco importa) e tutti lo sentono dentro un mood psicologico poco comprensibile alla comunità.
E questo la dice lunga su un ultimo aspetto che mi piace sottolineare: sul rapporto fra anziani e società attuale pesa anche la crisi dei grandi valori di riferimento, in quanto gli anziani si trovano a vivere in una società che non vuole avere memoria del passato, non crede nel futuro storico e non ha voglia di ragionare di trascendente; non avverte in altre parole quel valore del continuum fra memoria e futuro, che è la vera base su cui si è esercitata la funzione dei vecchi come trasmettitori di valori assoluti.
Se ci pensiamo bene non avrebbe alcun valore la riflessione ciceroniana sulla vecchiaia senza i suoi tanti riferimenti al passato vissuto con onore; senza la sua sollecitazione a “invecchiare imparando” per aprirsi al futuro; senza le sue pagine sull’anima e sulla sua origine celeste, su Dio e sulla vita eterna.
Senza una profondità di campo temporale (nella nostra vita e dopo) la società è condannata ad un eterno presente, a una dittatura del presente; e gli anziani sono quelli che più pagano una tale tendenza, senza poter esprimere il proprio radicamento nel passato e senza poter coltivare prospettive di nuove terre e di nuovi cieli. La badante è l’ultima frontiera.
(Testo tratto dall’intervento di Giuseppe De Rita pubblicato nel volume «In difesa della vecchiaia», di Marco Tullio Cicerone, a cura di Gavino Manca, edito da Scheiwiller)
3 risposte finora ↓
Massimo Orgiazzi // Febbraio 18, 2007 a 5:30 pm
Con questo pezzo uscito qualche giorno fa sul Sole 24 ore, Giuseppe De Rita inizia la sua collaborazione a L’Attenzione.
Renato // Febbraio 19, 2007 a 10:00 am
Tentare di stare su questo Blog è un “lavoro”, che impegna e fa sudare! Il tema è difficile e richiede una preparazione culturale non comune. Tuttavia, con estrema umiltà e rischio di scadere nel banale, ci provo. Anzitutto: da ieri, da quando ho letto l’articolo su Cicerone e gli anziani, mi assedia una provocazione (probabilmente stupida, nel caso perdonatemi!): e se tale marginalizzazione degli anziani, il loro cadere in posizione di “alterità” rispetto a questo mondo, divenisse una condizione “invidiabile”? Non so spiegare bene come mi sia venuta in mente una cosa simile.
Poi: questo mondo ipersoggettivo e iperindividualista da un lato produce emarginazioni dei soggetti più deboli (quelli ormai “improduttivi” o che rappresentano ormai solo una voce nella lista delle “spese”), ma produce anche e più profondamente “Emarginazione”, in assoluto. Da quale “Comunità” (autentica, sennò che comunità sarebbe!) sarebbero emarginati gli anziani? Forse non c’è alcuna Comunità dalla quale si ritagli un’emarginazione. L’iperindividualismo costringe ognuno in se stesso, in maniera ossessiva, in una sempre più preoccupante incapacità relazionale. L’altro scompare, o al massimo è un semplice effetto di ritorno del nostro sproloquio, effetto che (come uno specchio diabolico e stregato) tiene ancora in vita la nostra misera “identità”.
Mi sto allungando e quindi chiudo osservando che, in tutta questa situazione, almeno l’anziano (o noi con lui) ha ancora la forza, l’occasione di avvertirsi come “altro”, mentre chi lo emargina afferma caparbiamente e scioccamente il proprio sé (qualcuno diceva: una rana che ripete io tutto il giorno). L’emarginazione può rappresentare oggi un “occasione” (anche nel senso etimologico della parola)?
Perdonatemi se potete! Spero solo di non aver tradito la bellezza e profondità dell’articolo di De Rita.
Renato
Massimo Orgiazzi // Febbraio 19, 2007 a 1:22 pm
Caro Renato, secondo me hai fatto un’osservazione invece molto acuta e a suo modo profonda: non c’è comunità dalla quale si possa essere emarginati se l’emarginazione è l’individualismo esasperato. Trovo che abbia perfettamente senso, anche se forse in modalità quasi “per assurdo”, ma nemmeno poi tanto. Quanto alla condizione a suo modo “invidiabile”, penso che nella vecchiaia ci siano potenziali condizioni di esperienza e di saggezza che molte culture ancora fanno oggetto di rispetto e venerazione: senz’altro il tuo spunto si adatta con il fatto che l’emarginazione possa costituire un beneficio (paradossale), nel senso che ciò che viene emarginato è un “tesoro” potenziale. Scusatemi la stringatezza e la probabile confusione, ma ci tenevo, pur nel poco tempo a disposizione, scriverti una risposta.
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