di Giuseppe De Rita
da Il Sole 24 Ore del 13 febbraio 2007, pag. 1
Nella mia lunga carriera di scriba ho avuto e ho momenti d’invidia e di pulsione imitativa nei confronti dell’eleganza semantica di Marco Tullio Cicerone. E in quei momenti mi ritrovo a citare a memoria, quasi per allenarmi all’imitazione, lo straordinario incipit dell’orazione Pro Marcello: «Diuturni silentii, patres conscripti, quo eram his temporibus usus, non timore aliquo, sed partim dolore partim verecundia, finem hodiernus dies attulit (Questo giorno, o senatori, segna la fine del lungo silenzio che avevo osservato in questi anni, non per qualche timore ma in parte per l’amarezza e in parte per il riserbo)». Darei qualsiasi cosa per saper scrivere tre righe così auliche e ornate; ma, dopo tanti tentativi non riusciti, sto imparando a rinunciarvi…
E forse sta anche in questi aggettivi il successo del De senectute: il suo lettore viene, pagina dopo pagina, portato a pensare che la vecchiaia possa essere bella come la prosa ciceroniana, tersa e misurata, grave e gentile, meditata e tranquilla, con una punta di nobile alterità.