di Massimo Orgiazzi
Un buon testo da blog si dice debba essere snello, leggero, sufficientemente attrattivo, ma concludente, tagliente e se possibile anche concreto. Esso deve generare una riflessione nel lettore e magari anche stimolare un’articolata discussione, di modo che l’articolo sia servito a qualche cosa di preciso, abbia raggiunto il suo destinatario e abbia lasciato in qualche modo, seppure limitato, un segno, in chi legge e nell’enorme archivio cui tutti invariabilmente con queste uscite andiamo a fare parte. Questo povero meta-testo per blog è quindi un punto, di partenza o a mezza via, ancora una volta, per cercare di comprendere quel che facciamo. Qui c’è un commento che mi ha colpito, scritto forse con una certa leggerezza, magari solo per mettere una soggezione in chi si cimenta ogni giorno nella scrittura: «Mi piacerebbe che ci fosse coerenza, lucidità, nerbo, precisione, virilità, profondità, in un sito di poesia». Leggete voi, prendetevi il piacere di vedere autori, nomi circostanze. Qua si tenta solo di capire cosa voglia dire oggi «sito di poesia».
Se qualcuno si prende la briga e da un’occhiata qui, nel riquadro Tag più usati, in alto a destra, compare anche poesia. Se si clicca il suddetto link, quindi, si va nella generosa lista che Splinder ci mette a disposizione oggi per vedere di cosa si parla, fino a poco fa, quando si parla di poesia e si trovano archiviati nello spazio di una settimana circa 1200 articoli di blog che si «occupano di poesia». Marco Merlin, nel suo recentissimo libro, Nodi di Hartmann, (che ho trovato ottimo e di cui il nostro Gian Ruggero Manzoni parla concordemente alla mia impressione qui), in un pezzo intitolato Lo sguardo che salva la parola, parte in questo modo: «Da troppo tempo […] sembra emergere sempre la solita, annosa, ed essenzialmente fuorviante intenzione: riuscire ad attivare il pubblico potenziale di poesia ovvero i milioni di ‘replicanti’ – per usare il termine caro a Raboni –, quelli che in gergo altri chiamano pseudo-poeti, letterati della domenica, sottobosco letterario, cultura di serie B, ecc.». Un sito di poesia, oggi, vista la collezione di 1200 oggetti settimanali, cos’è se non questo coacervo di “bellismi” e, nella migliore delle ipotesi, di teorici tentativi di capire come orientarsi nelle scritture ? Quanto anche noi qui siamo questo, «replicanti» che non hanno ben chiaro, per tornare a citare Merlin che «chi scrive non ha diritti, ma doveri» ? Se è il gesto di responsabilità che deve essere la cifra distintiva di chi scrive, se è la ricerca del proprio singolo destinatario, «interlocutore», ad essere fondante nello smettere di parlare a vuoto, questo pezzo “per blog” voleva solo riassumere le intenzioni nostre di andare sui temi e sulle strade, ritrovare un contatto con la realtà che si perde in troppe trasmissioni, in troppi pezzi lasciati a sé nella speranza che incontrino il loro «lettore occasionale». Smettiamo di essere siti, spazi e blog di poesia e cominciamo a pensare di parlare seriamente a qualcuno nell’essenzialità della parola.
23 risposte finora ↓
renato // Febbraio 11, 2007 a 2:41 pm
Probabilmente, se si volesse essere conseguenti, oltre ad abbandonare ogni letterarietà, occorrerebbe abbandonare anche il termine “poesia” (che comunque individua un genere letterario). Troppi siti di poesia e, forse, pochi siti poetici. Secondo Celan le poesie sono “progetti esistenziali: il poeta vi modella la sua vita” (Celan, la verità della poesia, Einaudi, pag. 56), e poco oltre aggiunge che: “Solo mani veraci scrivono poesie veraci… Le poesie sono doni per chi sta all’erta” (pag. 58). Ora è difficile dire cosa sia poesia e cosa no, chi costituisca (o istituisca) il “chiaro del bosco” e chi sopravviva nel sottobosco pseudo-poetico. Come ci si sente (da, o in quanto) poeti? Ecco, forse, la domanda. Qui è posto in questione il “soggetto”, eventuale, della poesia. Non: cosa “è” poesia; ma: cosa “fa” la poesia. Cosa fa a ognuno di noi (scriventi o lettori) la poesia, come ci fa sentire, come ci fa vedere, come ci mostra a noi stessi. Poesia come “specchio”… Secondo Celan la “svolta”, la “trasformazione”, (potremmo dire la Poesia) mette radici nel singolo individuo, nel suo qui e ora incarnato. Poeta, allora, e probabilmente, non è chi pubblica libri di poesia o vince concorsi di poesia o chi, ancora, si auto-definisce tale. Esistenza poetica è quella di chi mette mano alla propria vita, alla propria personalissima storia, al senso profondo del proprio esser uomo (responsabile di tutto) rimanendo sempre “all’erta”, in “ascolto”. Come verificare, allora, la veracità di tutti questi Blog e siti poetici? Come scandagliare il sottobosco pseudo-poetico senza poter scandagliare la storia personale di ogni singolo uomo?
Grazie e un affettuoso saluto
renato
massimo73 // Febbraio 11, 2007 a 5:17 pm
Renato, hai perfettamente centrato quel che intendevo con questa ottima definizione:
Esistenza poetica è quella di chi mette mano alla propria vita, alla propria personalissima storia, al senso profondo del proprio esser uomo (responsabile di tutto) rimanendo sempre “all’erta”, in “ascolto”.
Quello che è insito nel programma dell’Attenzione, con tutti i limiti dei suoi partecipanti, limiti dello stesso progetto, è il fare in modo che la scrittura torni ad essere da un lato un percorso personale, di durata e di testimonianza. Ma anche di responsabilità, di modo che i confini della scrittura sempre travalichino quelli della parola scritta, dell’editoria, del vano concentrarsi sul testo per il testo. Se da un lato la mia esperienza, diremo così, creativa, verte su uno studio di tecniche, di significante, dall’altra questo aspetto unito alla generalità di tutti gli aspetti di ricerca, vorrebbe andare a trovare la via per fare della scrittura un fatto schiettamente culturale e umano, in un tempo dove c’è bisogno di recuperare e l’uno e l’altro degli aspetti. Grazie per il commento.
Renato // Febbraio 11, 2007 a 9:44 pm
Grazie a te Massimo, perchè mi inviti a riflettere e ad assumermi delle responsabilità. In dono, per te e per voi, qualche parola di René Char che credo possiate sottoscrivere.
“Accumula, poi distribuisci. Sii la parte più densa dello specchio dell’universo, la più utile e la meno appariscente.” (da Fogli d’Ipnos).
Grazie.
Massimo73 // Febbraio 12, 2007 a 7:43 am
E grazie a te, Renato, per la citazione, che ancora meglio e in senso perfettamente, trovo, attuale, specifica il senso di quanto discusso.
marco guzzi // Febbraio 12, 2007 a 8:11 am
Carissimi, che gioia leggere le parole di Celan e di Char, due dei rarissimi autori che hanno tentato di vivere fino in fondo la trasformazione radicale che l’esperienza poetica sta attraversando.
Essa da tempo, nelle sue testimonianze autentiche, come dite, è innanzitutto un’esperienza della stessa trasformazione in atto dell’io umano: è conoscenza iniziatica: conoscenza per trasformazione: trasformazione che si fa linguaggio.
Il problema che mi pare emergere, e che tutti i poeti consapevoli hanno sofferto fino in fondo, si potrebbe sintetizzare così: a chi si rivolge questa poesia? qual è il suo spazio pubblico? come può essere presente nel mondo, in quali forme? come evitare che un processo iniziatico universale (in quanto coinvolge la soggettività umana come tale) venga ridotto a “letteratura”, e cioè di fatto evirato?
Io credo che la differenza non possa che consistere in primo luogo nel modo diverso di essere poeti nel mondo, e cioè esseri umani nel mondo; ma anche nella creazione di diverse forme di presenza comune dei poeti nella storia.
Insomma chi davvero esperimenta il proprio fare come trasformazione continua del proprio essere, come dinamica iniziatica, o chiamatela come volete, che interesse potrà più avere per tutte queste disquisizioni “critiche” pur pertinenti su ascendenze e discendenze, su canoni, generazioni, e altre amenità? Che me ne importa di essere canonizzato o storicizzato entro parametri che appartengono letteralmente ad un mondo che la mia poesia sancisce come definitivamente morto e sepolto?
Io desidero che la mia azione culturale (incontri, conferenze, seminari e gruppi, o articoli o post o riviste telematiche) sia sempre almeno in parte ma esplicitamente finalizzata alla trasformazione iniziatica medesima.
Insomma non mi voglio mettere a dormire, dopo che ho smesso di “scrivere poesie”. Non voglio tornare nel 900 o peggio nell’800 non appena esco dalla concentrazione creativa. Voglio restare in quel fuoco. Voglio continuare a confutare la miopia di questo mondo e di tutti i suoi stati mentali. Voglio restare cioè sovversivo: non di questo mondo. E’ il come farlo il vero problema per noi all’ordine del giorno.
Grazie
Marco
claudio damiani // Febbraio 12, 2007 a 11:02 am
Trovo bellissima la frase che chiude l’intervento di massimo:Smettiamo di essere siti, spazi e blog di poesia e cominciamo a pensare di parlare seriamente a qualcuno nell’essenzialità della parola.Anche Renato ha ragione, ma quell’”esistenza poetica” così, da sola, rischia di essere un po’ vaga. Ciò che non è vago, cari amici, sono i testi sacri della poesia (e del pensiero, della religione, di tutto), quelli sono il nostro cibo, quelli sono la nostra terra, la nostra patria. Concordo in tutto con marco caro amico che stimo e ammiro, ma , caro marco, la trasformazione la crescita la vita, la nostra vita come sarebbe possibile senza quei testi? E tu lo sai bene perchè sei il primo che ti abbeveri a quelle parole. E allora non dobbiamo dirlo, sottolinearlo? Girando un po’ nei blog vediamo quanta ignoranza c’è, quanti credono di crescere di trasformarsi e invece si infilano in delle bare di ideologia, pacchetti turistici di iniaziazione a buon prezzo, allora, marco, non lo dobbiamo dire, come diceva Dante, e gli antichi, che lo Studio è Amore, e viceversa, non lo dobbiamo dire che conoscere qualche scrittore recente non serve a niente se non si conoscono i classici, ma non per criticarli come fanno gli universitari,quelli andranno tutti all’Inferno, ma per amarli e onorarli. Leggere, comprendere, amare, ringraziare e baciare le pagine, questo è studio! No De Sanctis che dice che Petrarca non è un poeta, questa è una bestemmia e basta, o tanti criticonzoli e poetonzoli che a tuttoggi scoreggiano e cacano come vogliono impunemente sulle parole dei classici, che sono morti e non si possono difendere, sono morti sì ma la loro parola ha attraversato secoli, millenni, e questo non significa niente? Se per millenni l’uomo s’è abbeverato a Omero, a Lao Tse, alla Bibbia, questo non significa niente? La parola poetica è una brace che acceca, ha bisogno di tempo l’uomo per avvicinarla, di umiltà e di pazienza.
ciao a tutti
claudio damiani
Renato // Febbraio 12, 2007 a 3:38 pm
Non conosco, e me ne dispiace, il sig. Damiani. Il suo intervento è forte, duro, e mette un po’ in soggezione. Comunque: non capisco in che senso le mie parole possono rischiare di essere vaghe. Probabilmente lo sono (anzi, ne sono convinto), come tutte le parole, le definizioni, le scritture. Mi piace molto la sua conclusione che suona: “La parola poetica è una brace che acceca, ha bisogno di tempo l’uomo per avvicinarla, di umiltà e di pazienza.” La sottoscrivo, ringraziando di cuore. In quanto a ciò che Damiani dice intorno alla necessità dello studio e dello studio come amore, credo sia ragionevole pensarlo. Che altro potremmo fare se non comprendere le nostre radici (anche quelle avvelenate!)? E’ pur vero che molti “grandi”, tra filosofi e letterati o altro, avevano una visione della cultura molto limitata (conoscevano, che so, un paio di altri filosofi e non di più), eppure hanno saputo rivoluzionare la filosofia. La parola, e l’uomo, sono dunque davvero un mistero. Evidentemente non voglio fare un elogio dell’ignoranza, ma è pur vero che ognuno è libero di onorare e baciare le pagine che misteriosamente lo attraggono.
Con molta umiltà, Renato
claudio damiani // Febbraio 12, 2007 a 4:17 pm
Però vedi, Renato, se poi siamo noi stessi che continuiamo a usare le parole sbagliate, quelle che hanno generato quegli stessi equivoci e storture di cui ci lamentiamo…mi spieghi che significa: “rivoluzionare la filosofia”? Pensi davvero che i grandi abbiano “rivoluzionato” la tradizione? che la tradizione sia qualcosa di “rivoluzionabile”? O non è l’ora di lasciarla, questa parola cattiva, apportatrice di violenza, e di ignoranza, questa parola ideologica, vuota e diabolica, che per oltre due secoli ci ha drogato?
Renato // Febbraio 12, 2007 a 5:19 pm
Hai ragione, Claudio, lasciamola questa parola e tutte le altre (quelle cattive e diaboliche) che ci capiterà di incontrare nel cammino. Ti ringrazio per la sottile osservazione. E’ forse il tempo di pensare le parole in maniera più profonda, e di non lasciarsene usare (come a me capita spesso). Forse proprio per questo è bene non essere soli. Cadere è fin troppo facile…
marco guzzi // Febbraio 13, 2007 a 7:36 am
Carissimo Claudio,
grazie del tuo intervento che apre a grandissime domande. Innanzitutto hai perfettamente ragione: uno dei grandi problemi odierni è semplicemente l’ignoranza di gran parte dei mediatori culturali.
A volte leggendo articoli e libri si avverte proprio l’esistenza di spaventosi buchi neri nella formazione spirituale degli autori.
Il mio amore per i testi è sempre stato enorme: ci sono stati anni della mia vita in cui ho praticamente letto “tutti i libri”, come diceva Mallarmé.
Senza questo studio amoroso e folle restano le chiacchiere, le troppe parole anche sul web.
Però:
1) è proprio la tradizione che io amo, quella di Platone e del Vangelo di Giovanni, che arriva, attraverso Agostino e Dante, fino a Rimbaud e a Heidegger (solo per fare alcuni nomi); è proprio questa tradizione che mi proietta verso un’esperienza iniziatica della vita e della poesia stessa. Un’esperienza iniziatica che oggi diventa paradigma di una svolta a livello di umanità;
2) il termine rivoluzione è oggi certamente decaduto; ma non dimentichiamo che la sua origine è astronomica, e il suo significato è paradossalmente ritorno: un concetto che sembrerebbe più reazionario che rivoluzionario… Ora io credo che noi stiamo oggi effettivamente ritornando, andando però in avanti (il ritorno è “en avant” diceva Char…), verso concezioni spirituali inedite, anche se radicate nelle tradizioni millenarie della terra.
Credo insomma che dovremo riparlare di Rivoluzione ad un nuovo livello concettuale, reinterpretando tra l’altro l’intero ciclo rivoluzionario giacobino (1789-1989) come una fase ambigua e contraddittoria, catastrofica e a volte demoniaca, di un Rivolgimento antropologico ben più vasto e complesso e tuttora in corso di accelerazione.
Tanti affettuosi saluti
Marco
claudio damiani // Febbraio 13, 2007 a 9:22 am
Caro Marco, qui le questioni diventano infinite, e sai come mi piacerebbe parlare con te all’infinito, sdraiati su due poltrone circondati dal silenzio, stare un po’ accanto alla tua sapienza, essere illuminato da lei. Ma qui dobbiamo scrivere, e esser brevi. Riporterei la discussione all’origine, ‘un sito di poesia’, e riprenderei le parole di Renato: ‘E’ forse il tempo di pensare le parole in maniera più profonda, e di non lasciarsene usare (come a me capita spesso)’. E’ questo, io penso, questa frase, il ’sito della poesia’: non lasciarsi usare dalle parole. Usarle noi significa, tu sai quanto io sia confuciano, “raddrizzarle”, riportarle al loro significato vero. Allora se la parola ‘rivoluzione’ non ci piace (attenzione: a tanti ancora piace, e tanti ancora la usano anche se non gli piace) non la usiamo più e basta.
Con grande affetto
Claudio
marco guzzi // Febbraio 14, 2007 a 7:39 am
Carissimo, hai ragione: correggere, raddrizzare il significato delle parole, o ridisegnarlo, ritesserlo come un arazzo di fili antichi intrecciati in nuovi disegni.
Sono comunque felice di averti incontrato in queste contrade telematiche.
Sulla parola “rivoluzione” sono consapevole della sua attuale svalutazione politico-storica, e riduzione a slogan pubblicitario: oggi “rivoluzionaria” può essere al massimo una nuova auto… Eppure il concetto di un rivolgimento/svolta radicale del percorso storico umano è un archetipo, essenzialmente ebraico-cristiano, e cioè messianico, cui dovremo certamente ritornare, che dovremo recuperare cioè nella dinamica della nostra vicenda planetaria…
Con affetto
Marco
claudio damiani // Febbraio 14, 2007 a 8:31 am
Verissimo, caro Marco, ma concorderai con me che ci sono tante altre parole per dirlo, nella nostra lingua, questo bellissimo archetipo, questo rinnovamento, rinascita, tu le sai molto meglio di me, parole vicino alla vita, e non vicino alla morte come “rivoluzione”.
Però so che a te piace tanto Rimbaud, che era un anarchico insurrezionalista, un violento, diciamolo. A me piace più la sorella, Vitalie, morta a 18 anni. Ti mando una poesiola che ho scritto per lei, e un saluto affettuoso (anche a me fa molto piacere averti incontrato qui, ma spero che presto ci incontreremo di persona).
Claudio
A Vitalie Rimbaud
Vitalie, perchè mai siete andati a sentire
quella predica in inglese,
era tardi, eri stanca,
perchè tuo fratello vi ha portate?
Vitalie, sei sempre viva e cammini
col tuo ginocchio malato
l’ho visto e su di lui ho vegliato
tutta la notte.
Ho detto: guarirà, e è guarito.
Renato // Febbraio 14, 2007 a 2:41 pm
Stare qui con voi fa crescere. Costringe a non dar nulla per scontato, a dire e ritornare sul detto per correggere, per comprendere meglio, per cogliere nuovi significati… Insomma, è quasi un lavoro, per me. Volevo riprendere, così come so e come posso, quel che ha detto Damiani circa il “raddrizzare le parole”, la necessità di “usarle” e non esserne usati. Credo che non si possa andare avanti senza operare un attento e sempre più profondo discernimento della parola e del suo senso. Troppe parole sono compromesse, complici di violenze inaudite. Se vogliamo usarle allora dobbiamo prima farle rifiorire. Pericoloso è l’uso ingenuo (come mi è capitato più sopra). Però si tratta di un cammino, di un esercizio, che non si risolve qui e ora, o una volta per tutte. Ancora per molto tempo queste parole “compromesse” ci terranno in ostaggio. Ecco perché è fondamentale, per me, il confronto, perché è difficile vedere dove si sta andando, e se ci si sta muovendo effettivamente. A questo punto delle cose il pericolo, come la salvezza, è ovunque. Aiutiamoci in questa opera di discernimento. Però, penso che non si possa fare tutto questo lavoro in quanto semplici esseri umani (neanche uniti), ma occorra Altro. Infine mi sembra di intuire che non ci sia solo un senso negativo dell’essere “usati” dalle parole, ma ve ne sia pure uno positivo: secondo Char le parole ci leggono molto più profondamente di quanto noi sappiamo leggere loro. La parola mi supera sempre e mi rilancia in avanti. In questo rilanciarmi in avanti, la Parola mi riguarda (io mi ri-guardo in lei), e mi assegna un compito: riconoscermi e ricongiungermi in quel che non sono.
Forse mi son perso, ma confido nella vostra lucida saggezza.
Grazie di cuore e buon lavoro
Renato
marco guzzi // Febbraio 15, 2007 a 11:59 am
Grazie Renato e grazie Claudio.
Con affetto
Marco
claudio damiani // Febbraio 16, 2007 a 8:24 am
Ringrazio e saluto anch’io Marco, Renato, Massimo e tutti gli intervenuti
Claudio Damiani
Rosemary Liedl Porta // Marzo 3, 2007 a 10:46 am
lo specchio che hai fissato sul petto
è il segnale di un patto profondo
tu mi guardi mentre io ti guardo dentro
e se ti guardo dentro mi vedo
22.8.1981
Antonio Porta
da “Invasioni”
Berto Piandelli // Marzo 7, 2007 a 10:12 am
Non sono nè un filosofo, nè un teorico della comunicazione, per cui resterò sul banale.
E’ vero che il web - e pertanto l’universo dei “blogger” - è pieno di spazzatura poetica; che diamine, ne sono piene anche le collane degli editori più insospettabili.
Non credo ci sia rimedio a questo, se non tentare, come fate voi con una fatica degna di Sisifo, di dare visibilità a chi ne merita cercando di migliorare il minimo comun denominatore del livello dei lettori; tra questi non figura certo il sottobosco dei poeti della domenica, particolarmente orrido quanto si tinge di supponenza autoreferenziale.
deborah // Aprile 5, 2007 a 7:40 am
Dopo un po impari la sottle differenza fra tenere le mani e incantare un anima.E impari ke l amore è innamorarsi di qualcuno e la compagnia è sicurezza.E inizi a imparare ke i baci sono contattie i doni nn sono promesse.E impari ke 6 davvero speciale e ke ti amo davvero!!!
deborah // Aprile 5, 2007 a 7:41 am
ciao!!!! sn felice!!!
Francesca // Gennaio 12, 2008 a 2:29 pm
quando andai a scuola
incontrai una bimba sola
non aveva una gamba
ma era ingamba
io le sorisi
e lei mi fece vedere altri visi
xhemal gjoci // Luglio 3, 2008 a 4:36 am
eravamo sconosciuti, qualcosa ci ha fatti diventare amici, ma qualcos adi ben più grande ci ha fatti tornare scosciuti.
Maria Allo // Luglio 29, 2008 a 5:14 pm
Ricerca…
Non ho mai capito
La reale verità
La parvenza
Ho avuto
Ma la visione
Ogni volta
Perdo dietro
Una tenue sfumatura….
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