di Massimo Orgiazzi
E’ importante trovare un accordo sulla civiltà ? Un punto di vista condiviso che permetta a una società di riconoscere dei valori culturali di forte impatto pratico, indispensabili per non tornare a piangere morti inutili ed errori che si ripetono continuamente ? E’ importante, ma sembra che non si sia fatto un solo passo e ci si perda come nel buio di un sonno disturbato, dove successioni d’ombre, prova di un approccio inconsapevole testimoniano l’urgenza di intervenire a livello altro, rispetto a quanto visto sino a qui. Ma il contesto è ampio e la Storia è sempre troppo lunga.
Venerdì 2 febbraio, l’altro ieri, negli scontri tra polizia ed ultrà presso lo stadio Massimino di Catania, muore un ispettore di polizia, Filippo Raciti, 38 anni, marito e padre di due bambini, colpito da una bomba carta. Fatalità, certo: anche. Non si può escludere che questo conti come in ogni altro evento: un incidente ci sarà sempre. Ma quello che colpisce profondamente è il contesto, cui tutti hanno potuto assistere tramite televisione: il solito legato a scontri di piazza, siano essi mossi da ultrà o da manifestanti forniti di un idea politica che troppo spesso funge da libero lasciapassare per ogni violenza e nefandezza. «Non siamo carne da macello», si legge nei comunicati stampa della Polizia di Stato. Le «divise» sono «sul piede di guerra», i «sindacati in rivolta». Sacrosanto se visto dal lato di chi prende 1500 euro al mese di stipendio, non vede liquidate le ore di straordinario ed è costretto, come venerdì scorso, a girare in tondo in camionetta nel piazzale dello stadio per sedare dei disordini che li vedono oggetto di sprangate, sassate e attacchi che per vederli più diretti basterebbe solo andare a Baghdad di questi giorni, o a Ramallah. Ma qui non si vuole fare facile campagna di solidarietà a favore della polizia, anche se non si nasconde il disappunto, l’amarezza di vedere ancora nelle fanghiglie giudiziarie i poliziotti che si sono dati da fare per far rispettare la legalità (ammettiamolo, magari all’opportunità cercando anche un certo grado di vendetta per le botte prese), mentre fior di manifestanti e ultrà implicati negli stessi scontri vanno in giro oggi “decorati”, con tanto di beffe come quella di Livorno, ieri, dove sono apparse scritte inneggianti alla morte del poliziotto, «vendetta per Carlo Giuliani». Mistificatori ? Minoranze estreme di ali ulteriormente estreme ?
Poco conta definire il bianco (o il rosso) e il nero se non affrontiamo il dilemma che sta alla base di questo problema, ovvero l’approccio alla legalità e le basi culturali sulle quali questo approccio appoggia o dovrebbe appoggiare. Nel corso della storia patria del secondo dopoguerra sono innumerevoli gli episodi di instabilità sociale che hanno come sfondo scontri di piazza, manifestazioni, agitazioni. Ciascun singolo evento, si potrebbe dire, dagli scontri di Valle Giulia del ’68 apostrofati dalla celebre poesia di Pasolini, al G8 di Genova del 2001 fino ad oggi, ciascun evento è un precedente che ha dato le fondamenta alla situazione in cui ci troviamo oggi. E sempre, in ogni caso, per prendere le misure dell’interventismo e dell’azione delle forze dell’ordine, ci è passata in mezzo via via la politica, l’ideologia, la causa: sempre un certo grado di giustificazione che dapprima screditava l’azione di polizia e poi sosteneva il garantismo di uno stato di diritto, già a suo tempo vittima di una dittatura fascista la cui storia si è risolta in guerra civile mai risolta, sanata e compresa. Non sarà, viene da pensare, che a fronte di tutta una storia di apostrofi di fascismo e antifascismo, il problema della legalità non derivi proprio dalla mancata risoluzione di questa insanata discordia civile figlia di una guerra, dopo la quale non s’è mai voluto scrivere la parola fine, come per esempio è accaduto in Spagna (in un contesto davvero ben diverso, sicuramente, seguito da condizioni storiche diverse ma senza dubbio in qualche modo confrontabile alla nostra situazione) ? Come anche in altri ambiti, più strettamente politici, che hanno visto governi monocolori dal 1948 al 1992 e la nascita di una cultura della Resistenza spesso, troppo spesso assimilata ad una ideologia comunista che non era l’unica componente di quella sacrosanta, legittima e vittoriosa lotta, anche qui non c’è forse un problema da risolvere discutendo quali estremi dare e consentire al mantenimento della legalità senza temere di finire nell’albo dei “fascisti” ? Cosa segna esattamente oggi, in un’epoca dove si fa fatica a ricordare, lasciando fuori estremismi intutelabili (ma che lo siano da entrambi i lati) il confine tra fascismo e volontà ad esprimere istanze politico-operative diverse ? Siamo qui ad aspettare le risposte di un governo che come il precedente farà fatica, dati i presupposti, a venire fuori dall’impasse, consentendo a forze dell’ordine e magistratura di fare quello che chi scrive crede sia «il proprio dovere di cittadini contro la violenza e la barbarie».
9 risposte finora ↓
massimo73 // Febbraio 4, 2007 a 5:52 pm
Questa mia riflessione non vuole essere in nessun modo conclusiva ed esaustiva né ha pretese di esaurire un discorso che si cerca qui di introdurre, quanto mai complesso e spinoso. Condensando, quel che si vuole qui analizzare è un approccio alla legalità che nasce e cresce troppo spesso su binari separati e che nel pensiero di chi scrive, molto spesso deriva questa attitudine dalla storia frequentemente obliata per certi versi e impugnata per altri. Questa postilla affinché non nascano polemiche, l’ultima cosa che si cerca in questo contesto.
gian ruggero manzoni // Febbraio 4, 2007 a 11:49 pm
Caro Massimo mi trovi più che vicino in questa riflessione. Io ho già detto spesso riguardo la storia d’Italia del ‘900, ma ancora moltissimo reputo di dover affrontare, così come c’è da fare luce in genere, riferendosi a quel periodo e agli infiniti ‘misteri’ che costellano il nostro XX sec. Spero che qualcuno colga l’occasione per dire anch’egli, così da poterci confrontare con obiettività, al fine di giungere ad una vera e sana rappacificazione nazionale. Altrimenti è inevitabile che, se si continua a fare muro contro muro, lo ’scontro’ sia irrimediabilmente sempre nell’aria. Cmq a disposizione, visto i miei trascorsi personali e familiari, a confrontarmi civilmente con chiunque.
marco guzzi // Febbraio 5, 2007 a 8:49 am
Carissimo,
hai ragione, per molti decenni l’uso della violenza di piazza non è stata affatto condannata in sé; ma giustificata se agita dalla propria parte politica e biasimata ad oltranza se agita dai nemici.
La cultura comunista in particolare è sempre stata maestra nel difendere la legalità a fasi alterne, così come è stata sempre pacifista solo nei confronti delle azioni militari degli USA…
Tutto questo dovrebbe appartenere al passato. Dovremmo per davvero superare la fase antropologica della contrapposizione bellica, per entrare in un tempo in cui le differenze possano imparare a dialogare, anche animatamente, come in un blog planetario, per imparare tutti da tutti…
Ciò non è affatto facile: richiede un enorme sforzo di educazione, di purificazione, di guarigione delle nostre più antiche ferite psichiche e storico-culturali. Ed infatti i riflussi bellici sono presenti un po’ dovunque: non solo negli stadi, ma anche nelle chiese, nelle moschee, negli ashram…
E le strade sono perciò spesso coperte di morti.
Con affetto
Marco Guzzi
massimo73 // Febbraio 5, 2007 a 9:34 am
Marco, in effetti per questo secondo me occorre affondare tutti i propositi nella volontà di affrontare una volta per tutte con ragionevolezza quelli che sono capitoli o rimossi o non risolti della nostra storia. Come fai giustamente notare, al conto va aggiunto l’importante e multi partisan rapporto con gli USA, che l’Europa stessa e non solo l’Italia ha mai digerito completamente (come dicevo in alcuni miei precedenti appunti sulle pagine de L’Attenzione). Affrontare questi aspetti dovrebbe essere in prima istanza ruolo della letteratura, che riprocessa in modo naturale eventi traumatici trovandone in qualche modo un “senso” per gli uomini, ma come dialogo culturale fatto su presupposti condivisibili che possibilmente abbandonino linee egemoniche ormai superate dalla storia stessa. Questo per indirizzarci verso un futuro il più possibile libero da quanto, la Storia insegna, sempre avvelena interi secoli successivi. Almeno un tentativo andrebbe fatto.
cristina // Febbraio 5, 2007 a 5:20 pm
Riflessione giusta, ineliminabile e insieme difficile, ardua quella di Massimo. La ragionevolezza, ecco questa è cosa che davvero darebbe finalmente senso ai giorni e anche alle cose, ormai diseredati di designazione.
Ma si può scrivere la storia della Storia?
Si possono oggi, in una situazione di ipnosi collettiva, fare tentativi di riconciliazione con il dialogo? Di vere ideologie non mi pare si possa più parlare, semmai di tentativi sparsi e poco significativi e di uno strisciante, questo si, come dici tu (mi pare di capire) continuo, stancante, pericoloso malinteso.
Mi ricordo un brano di J. Cocteau: ” Ogni volta che le leggi non funzionano più, e, per esempio, è il popolo a dettare legge, o qualche imprudenza (…)permette qualsiasi libertà, ritroviamo le leggi primitive del sangue. Impossibile trarre in salvo chi è agguantato e fatto a pezzi dalla folla. Sarà trafitto o impiccato. Il rivoluzionario ideologo si sgolerà invano, per cercare di convincere la folla a seguire il corso normale della giustizia. Quella folla è una giustizia che funziona a vanvera. Ma niente prova che, se la vittima sfugge al suo boia illegale, la giustizia dell’ideologo non lo conduca al boia legale per vie più lente e ancora più dolorose.”
Massimo73 // Febbraio 5, 2007 a 5:55 pm
Sì, in effetti si tratta per me di un malinteso, tuttavia di quella specie che genera rimorsi, dolore, incomprensione, esattamente come un malinteso tra persone e non tra masse o culture. Oggi che le ideologie hanno lasciato la presa, si dovrebbe parlare di ragionevolezza, con ragionevolezza. Eppure il peso di un passato e il meccanismo quasi automatico con cui si fanno avanzare le cose, non permettono di risolvere nulla. Grazie per l’intervento, Cristina.
gian ruggero manzoni // Febbraio 7, 2007 a 9:47 am
Sì, penso che si possa scrivere la storia della storia, oggi è fondamentale. Ma non ri-scrivere, bensì proprio scrivere. Potrebbe essere il giusto slogan: “Scriviamo la storia della storia” - infiniti i ‘mondi’ che si aprirebbero.
claudio damiani // Febbraio 12, 2007 a 12:20 pm
Caro Massimo, a proposito della nostra “insanata discordia civile”, “inconfessata” anche, questa è la cosa più grave - ricordi ieri su liberinversi Cornacchia che diceva: che guerra? quale guerra? -, vi mando questa poesiola, e un saluto a tutti:
claudio damiani
La madre del giovane caduto a Genova al G8 del 2001
in un’intervista, anziché piangere il figlio,
ha detto che i partigiani non dovevano deporre le armi,
mezzo secolo fa, ma dovevano continuare la guerra
fino alla rivoluzione sociale.
La guerra che si combatte oggi, su vari fronti,
è una guerra vecchia, che passa di padre in figlio.
I genitori stessi mandano i figli a morire.
Massimo Orgiazzi // Febbraio 12, 2007 a 12:48 pm
Claudio, grazie per la poesia. Parla chiaro ed esplicito di una guerra che ci attraversa tutti, ma che attraversa sempre troppo pochi tra coloro che hanno capito che una nazione, non tanto come entità socio antropologica, ma come unità di cultura, lingua, tradizione e non in ultimo, sentire, ha bisogno di guarigione dei mali che l’hanno attanagliata. E’ indicativo come tu faccia notare nel brano la mancanza di pietà, il dolore non vissuto, nemmeno lontanamente processato: semmai immediatamente trasferito a scontare anni, secoli di arroccamento, di egemonia che prevede/pretende di allontanare il male con azioni di forza, sia pur essa non fisica.
Lascia un Commento